È scaduto il termine previsto dall’ordinanza del governatore della Sicilia Musumeci secondo cui «tutti i migranti negli hotspot e in ogni centro di accoglienza devono essere improrogabilmente trasferiti e ricollocati in altre strutture fuori della Regione siciliana». Nulla è successo però, dal momento che non sono arrivate direttive chiare dal Viminale, che ha competenza in materia.

Un’ordinanza (su cui è previsto il ricorso al Tar firmato da Conte ndr) che ha aperto  una forte contrapposizione tra il governo regionale e il Ministero in materia di tutela della salute pubblica e di gestione degli sbarchi vista la modalità con cui è stata emessa e la mancata chiarezza sulle realtà a cui si rivolge. Questo testo infatti comprende tutte le persone immigrate ad oggi presenti nella regione, anche coloro che sono presenti sul territorio da uno o due anni. Uomini e donne integrati, coinvolti in percorsi di istruzione, inclusi nel tessuto sociale delle comunità di riferimento.

Dialogando con gli addetti ai lavori, coloro che gestiscono i Cas, ovvero Centri di accoglienza straordinaria, e centri di seconda accoglienza emerge innanzitutto la confusione mista a sgomento per un’ordinanza che – se si rivolgesse davvero a tutte le tipologie di strutture che gestiscono migranti – implicherebbe il ricollocamento di migliaia di persone e si trasformerebbe quindi in una mossa per cacciare i migranti dall’isola.

Ci dovrebbe essere un arrivo oltre che una partenza, ci dicono. Dove dovrebbero andare le persone? E come? Un’operazione di spostamento di persone richiede un’organizzazione che non si crea in 48 ore e che rischia soltanto di creare una nuova emergenza in un momento già complesso anche per gli spostamenti ordinari in altri Stati.

Ciò che emerge è che la criticità reale da un punto di vista di sicurezza sanitaria si presenta nelle gestione degli arrivi nelle strutture presenti nelle aree più soggette a sbarchi, gli hotspot, che hanno una capienza messa a dura prova in questo periodo in cui anche le condizioni climatiche favoriscono gli arrivi. Le prime strutture di accoglienza poi, i Cas, seguono un protocollo di sicurezza che prevede un doppio tampone e un periodo di quarantena all’arrivo che avviene in isolamento. Si tratta infatti di strutture che gestiscono numeri minori e che riescono quindi a distanziare le persone in tale fase. Questo iter di controlli riprende poi dopo lo spostamento nella struttura che li ospiterà in modo continuativo.

I centri di seconda accoglienza, gli Sprar, adottano invece quotidianamente le misure di controllo quali la misurazione della temperatura e controlli medici, prevedendo periodi di quarantena per coloro che si sono spostati. In queste strutture, in cui ovviamente ci sono spazi di convivenza, si trovano persone che lavorano o fanno tirocini in aziende locali, adulti e minori che frequentano la scuola, che sono coinvolti in percorsi vari di integrazione. Una parte di popolazione che fa parte della comunità, non a contatto diretto con i nuovi sbarchi, e che all’improvviso dovrebbe abbandonare la propria vita, non presentarsi più sul posto di lavoro, senza sapere dove e come andare e creando così un danno alla persona e a tutti le fasce della società coinvolte.

AGGIORNAMENTO DEL 26 AGOSTO ORE 19.33

Il governo e il Viminale hanno impugnato l’ordinanza del governatore della Sicilia Nello Musumeci che aveva disposto lo sgombero di hotspot e centri di accoglienza migranti dell’isola. L’impugnativa è in corso di deposito al Tar della Sicilia. L’ordinanza, secondo il ricorso, “interferisce direttamente e gravemente con la gestione del fenomeno migratorio che è materia di stretta ed esclusiva competenza dello Stato”. Inoltre nonostante sia stata motivata come misura anti Covid, sempre secondo il ricorso, “interferisce sul fenomeno migratorio e produce effetti diretti a carico di altre regioni” (Adnkronos).

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