Taglio lineare dei parlamentari “Sì”, taglio lineare dei parlamentari “No”? Al di là delle motivazioni populiste e demagogiche, ci sono valide ragioni per dire “sì” alla riforma costituzionale che i cittadini sono chiamati a votare al referendum del 20-21 settembre? E, poi, inefficienza del sistema politico italiano, radicalizzazione del “noi” contro “loro”, il peso del neoliberismo, l’ombra dell’“uomo forte”, l’insicurezza sociale. Per un voto consapevole e ponderato al referendum costituzionale non è possibile prescindere da tali questioni. Ne parliamo con Paolo Mattera, storico, esperto di politica, e docente presso l’Università di Roma Tre.

La riforma costituzionale era uno dei perni dell’accordo di governo M5s-Lega, due forze politiche a chiara trazione populista. Se approvata dai cittadini al prossimo referendum, comporterebbe un drastico taglio lineare del numero dei parlamentari (-36,5%). Lei cosa ne pensa? Ritiene che sarebbe svilita la funzione del parlamento?

Questa riforma, per come è stata concepita e viene presentata, appare in effetti ispirata ai valori del populismo, su cui può essere utile spendere qualche parola. Infatti, i movimenti populisti degli ultimi decenni, pur nelle loro diversità, presentano degli elementi in comune. In primo luogo una visione dicotomica “noi-loro”. Per “noi” si intende il popolo virtuoso e laborioso, spesso identificato con una comunità che condivide origini, cultura e tradizioni; con “loro” ci si riferisce invece ai componenti “esterni” alla comunità (stranieri, immigrati), nonché alle oligarchie economiche che sfruttano le ricchezze prodotte dal popolo virtuoso e che, attraverso le loro attività sovranazionali, appaiono inafferrabili e sfuggenti. Il tutto ruota intorno al nemico per eccellenza: i politici, accusati di non fare gli interessi dei cittadini, di essere asserviti agli interessi economico-affaristici esterni, e infine di essere dei parassiti che sfruttano i sacrifici della gente comune orientandoli unicamente a proprio beneficio. In questo quadro, i rappresentanti delle istituzioni finiscono con l’apparire un “costo” che va ridotto. È questa la cornice concettuale e teorica in cui è stata collocata la decisione di ridurre il numero di parlamentari. E non è casuale che nella campagna per il referendum l’argomento-chiave impiegato per sostenere la riforma sia proprio quello dei costi che verrebbero diminuiti, ottenendo così dei risparmi da orientare a beneficio della gente comune.

Riferendosi al clima politico che ha preceduto l’era Craxi alla presidenza del Consiglio, in un saggio dal titolo “L’ellisse. Società e politica dal Riflusso a Tangentopoli” lei ha scritto: «Gli italiani desideravano una politica meno ideologica e più pragmatica, volta a garantire la tranquillità e il benessere individuale». Dando per scontato che questa esigenza sia rimasta invariata, ritiene che questa riforma sia stata concepita per soddisfarla?

Sin dalla fine degli anni Settanta nell’opinione pubblica era ormai forte l’insofferenza verso le inefficienze del sistema istituzionale. Perché non sono state risolte? Per comprenderne le ragioni bisogna fare un passo indietro. I nostri “padri costituenti” negli anni Quaranta avevano due preoccupazioni: erano traumatizzati dall’esperienza del fascismo e perciò temevano l’idea dell’uomo solo al comando; in più erano preoccupati dall’avvento della Guerra fredda e perciò temevano che i vincitori delle elezioni avrebbero represso gli sconfitti. Concordarono quindi nel ridurre i poteri del governo e aumentare le competenze del parlamento. Risultato: le capacità decisionali del sistema ne furono, se non compromesse, certamente diminuite. Se quelle caratteristiche avevano un senso nel clima degli anni Quaranta, cominciarono a mostrare i loro limiti negli anni Settanta. I problemi erano sempre due, strettamente collegati. Le procedure e le capacità d’azione del sistema politico istituzionale erano lente, lunghe, spesso inefficaci, mentre la società evolveva molto velocemente e richiedeva risposte rapide; inoltre quel sistema, fatto di continue negoziazioni e compromessi al ribasso, favoriva la selezione di un personale politico abile nella gestione clientelare del consenso, più che nella rappresentazione di idee. Negli anni Ottanta si cercò di intervenire (e Craxi all’inizio diede voce a quell’esigenza), con delle proposte di riforma istituzionale. Ma senza successo: le riforme andavano approvate da quel Parlamento, con quelle procedure, e dai quei rappresentanti, che non ne avevano alcun interesse. Insomma: il sistema funzionava male e aveva bisogno di una riforma, ma proprio perché funzionava male non riusciva a produrne una. Quando, con la fine della Guerra fredda vennero meno le ragioni che avevano creato quel sistema, l’insofferenza popolare divenne esasperazione e si arrivò al crollo con “Tangentopoli”. Ma il cambio degli attori politici non ha portato ad affrontare i nodi strutturali, che sono ancora lì: inefficienza decisionale e bassa qualità del personale.

Una delle peculiarità degli ultimi decenni è poi la personalizzazione, mista a spettacolarizzazione, della politica: tra le principali conseguenze vi è una tendenza dei cittadini, e dunque dei giovani, ad identificarsi con l’uomo forte, vincente e di successo. Ad oggi, dove e come possiamo ravvisare tale fenomeno?

Propongo di tenere distinti i fenomeni della personalizzazione e dell’“uomo forte”. La personalizzazione della politica si è verificata sostanzialmente in tutto il mondo (sebbene con tempi e modi differenti). Perché? Intendiamoci: la politica di massa ha sempre avuto una dimensione teatrale e spettacolare. Ciò che si aggiunge negli anni ’80 e ’90 è il dominio della logica delle Tv commerciali, fatta propria anche dalle emittenti pubbliche: attrarre gli spettatori-consumatori per vendere spazi agli inserzionisti pubblicitari. E cosa attrae gli spettatori? Lo spettacolo, la drammatizzazione. Da qui la personalizzazione: un politico deve sedurre più per le sue caratteristiche personali e meno per le sue idee, più per i suoi atti spettacolari e meno per i suoi progetti concreti. Le campagne elettorali diventano così più sfide tra persone e meno dibattiti fra idee. La fascinazione verso l’“uomo forte” nasce invece dal senso di insicurezza e dal desiderio di protezione.

Qual è l’innesco?

Una crisi. E infatti la recessione economica del 2008-2009 e poi la paura creata dalla globalizzazione (che sembra sfuggire al controllo) hanno portato al successo in tutto il mondo leader che promettevano di affrontare i draghi della disoccupazione, della perdita di benessere, della mancanza di sicurezza. La personalizzazione offre ovviamente il terreno favorevole per l’emergere di politici che si presentano come “forti”, capaci di difendere gli elettori dai pericoli. Ne è la premessa, ma non la causa. Ciò che caratterizza gli ultimi anni, in conclusione, non è tanto la personalizzazione, che c’è da decenni e non scomparirà, bensì la fascinazione per gli “uomini forti”, che si ridurrà solo se i fattori di crisi saranno risolti.

Da storico ed esperto di politica italiana, a quali scenari potrebbe dunque condurre un’eventuale vittoria del Sì al Referendum?

Più che scenari (che potrebbero essere drasticamente contraddetti tra pochi giorni), forse è più utile proporre degli spunti di riflessione. Proviamo a usare una metafora medica. Nel sistema politico italiano ci sono sicuramente da decenni due gravi patologie che (ricordiamolo) sono l’inefficienza decisionale e la bassa qualità del personale politico. Ebbene: la terapia proposta guarisce queste patologie? Fuor di metafora: dobbiamo domandarci se la riforma renderà più efficiente la nostra democrazia, se permetterà di velocizzarne l’attività, se in questo modo consentirà di soddisfare in modo più efficace le esigenze dei cittadini. Inoltre ci dobbiamo chiedere se avvicinerà gli elettori alle istituzioni e ai candidati, migliorando così i meccanismi di selezione e la qualità dei rappresentanti. Per tornare nella metafora, ci dobbiamo insomma domandare se il farmaco e la terapia proposti siano efficaci per curare le patologie, oppure facciano correre il rischio di peggiorarle.

Insieme a Christian Uva, lei ha curato il volume Anni Ottanta. Quando tutto cominciò. Realtà, immagini e immaginario di un decennio da ri-vedere (primo numero della rivista Cinema e storia). Il libro esprime a pieno il senso di questo binomio: cinema per raccontare la storia e storia per interpretare il cinema. Quanto è stata importante allora la funzione di questo medium e quanto è e sarà importante la funzione dei social network per interpretare l’attuale periodo storico?

La risposta a entrambe le domande è: sicuramente molto. Il cinema è stato e continua ad essere un potente “agente di storia”. Vale a dire uno di quegli organi (come la Chiesa o i partiti di massa) che influenzano l’immaginario e la mentalità delle persone. Perché così importante? Per la ragione cruciale che le persone prendono le loro decisioni pratiche (tra le quali anche votare) in base ai propri schemi di valore e alle proprie mentalità. Comprendere questi meccanismi sarà quindi sempre un compito fondamentale per gli storici.

E i social network?

Siamo nel presente e quindi diventa più difficile esprimere una valutazione storica in prospettiva. Però non è difficile prevedere che anche i social network stiano svolgendo un ruolo cruciale nell’orientare le scelte di milioni di persone e quindi saranno di grande interesse per gli storici del futuro. Può bastare un dato, che permette di collegarsi anche ad alcune domande precedenti chiudendo il cerchio: i recenti movimenti populisti e i alcuni leader che si presentano come uomini forti sono accomunati dalla duplice strategia di fare leva sulle passioni popolari e di gettare discredito sui sistemi esistenti. I social network offrono uno strumento potentissimo, perché hanno costruito dei modelli di business ben precisi: più un tema è controverso, più mobilita le passioni, più genera traffico. Capire questi meccanismi sarà fondamentale per gli storici del futuro (lo sarebbe anche per noi ora), così da coglierne e spiegarne in modo approfondito gli effetti.

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