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Nonostante le violazioni dei diritti umani, sul fronte interno, e le continue tensioni alimentate sul fronte internazionale, il regime di Recep Tayyip Erdoğan resta immune da embarghi, sanzioni e minacce armate che altre volte in situazioni del tutto simili l’Occidente non ha esitato ad attuare. Ecco perché

Migliaia di prigionieri politici, restrizione delle libertà fondamentali, media e magistratura asserviti al governo, l’invasione illegale della Siria del Nord, l’intervento armato in Libia in violazione dell’embargo di armi e ora le esplorazioni energetiche al largo di Cipro, in zone contese con la Grecia. La lista delle malefatte del presidente turco Erdoğan – a cui si aggiungono gli sgarbi agli alleati di sempre, gli Stati Uniti, con l’acquisto di sistemi di difesa anti-missile russi – è lunga e potrebbe continuare. Il “sultano” dai sogni neo-ottomani è da anni impegnato in un tira e molla internazionale, con cambi di alleanze repentini, e nella trasformazione dei tratti somatici della Turchia: un Paese tradizionalmente laico che cammina inesorabile verso una deriva sempre più nazional-religiosa, clientelare e familistica, dove gli interessi di un clan ristretto si intrecciano con politiche neoliberiste che hanno trascinato la società dentro una povertà nuova e una repressione senza precedenti.

Eppure Recep Tayyip Erdoğan sembra intoccabile. Non viene sanzionato, non subisce l’isolamento politico, commerciale e diplomatico che ad altri Paesi non è stato risparmiato, quegli “Stati-canaglia” nella definizione occidentale che sono stati devastati da embarghi prolungati o guerre distruttive. L’ultimo esempio lo ha fornito la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha bocciato, a inizio settembre, il ricorso del team di avvocati internazionali per il rilascio di Aytac Unsal, avvocato turco in sciopero della fame da febbraio (oltre 215 giorni), dopo la morte per digiuno della collega Ebru Timtik. Ricorso bocciato proprio mentre il presidente della Corte europea, Robert Spano, volava a Istanbul (lo stesso ateneo che dopo il tentato golpe del 2016 ha subito l’epurazione di 192 accademici, tutti licenziati) per ritirare la laurea honoris causa in giurisprudenza. Il 4 settembre la scarcerazione temporanea è stata concessa dalla Corte suprema turca per le condizioni di salute di Unsal. Ma appena si sarà rimesso in forze, dice la sentenza, le porte del carcere si riapriranno.


Perché il regime dell’Akp rimane partner ineludibile dell’Europa? Perché gli interessi che li legano sono maggiori dei motivi di rottura, una realtà che sta garantendo ad Ankara non solo immunità ma anche la possibilità di tirare la corda senza spezzarla mai.
Controllo dei flussi migratori, vendita di armi, energia, partnership nella Nato, questi alcuni pezzi del mosaico dell’immunità. A partire dalla disperazione di migliaia di esseri umani in fuga da guerre, fame, persecuzione. La Turchia ha il controllo di due delle rotte migratorie più pressanti, quella diretta verso la Grecia e i Balcani e ora, grazie all’intervento in Libia, quella che preme dal Sahara orientale. Per la prima gli accordi sono stati fatti presto e pagati lautamente: con il Eu-Turkey Statement and action plan, Bruxelles ha imbastito una forma di cooperazione…

L’articolo prosegue su Left dell’11-17 settembre

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