Condividi

Centinaia di docenti universitari in Turchia sono finiti sotto processo, sono stati espulsi o licenziati per aver firmato una semplice dichiarazione a favore della pace. Praticamente tutte le testate giornalistiche di opposizione sono state chiuse nel Paese. Dopo il finto golpe del 2016 inscenato da Erdoğan per poter legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili sono state messe in atto una serie di purghe nella magistratura. Da allora è stata osteggiata ogni forma di libera espressione, a cominciare da quella artistica, considerata pericolosa perché portatrice di idee nuove e spesso bollata come attività sovversiva di fiancheggiamento a partiti filo-curdi di sinistra, inopinatamente accusati di terrorismo. Lo abbiamo denunciato nel corso degli anni su Left, anche manifestando contro l’ingiusta incarcerazione della scrittrice e giornalista Asly Erdoğan, accusata di terrorismo per aver espresso le proprie opinioni in difesa dei diritti dei curdi, massacrati dal regime turco. Siamo stati al fianco di Ahmet Altan, anche lui ingiustamente finito in un carcere dove – come ha denunciato più volte Amnesty international – sono violati i diritti umani; e lo stesso abbiamo fatto per molti altri attivisti per i diritti umani e intellettuali perseguitati dal Sultano.

A lungo protetto in Occidente e in Italia da partiti neo liberisti che chiedevano l’ingresso della Turchia in Europa, Erdoğan ha messo la mordacchia ai media e ai social network. Dopo aver imposto una feroce islamizzazione, rinnegando i principi laici della Costituzione (varata ai tempi di Kemal Atatürk) ha ricusato la Convenzione internazionale contro la violenza sulle donne che era stata siglata proprio a Istanbul. Ed arriviamo a oggi, alla tragica vicenda della giovane avvocata del popolo, Ebru Timtik che lottava al fianco degli artisti di Grup Yorum, come lei morti in carcere. Della sua battaglia per i diritti umani ci parla l’avvocata Barbara Spinelli invitando l’Europa e il governo italiano a sostenere il collega di Ebru, Aytac Unsal, ridotto al lumicino dallo sciopero della fame e temporaneamente scarcerato, dopo una laurea honoris causa conferita da un’università turca al presidente della Corte europea dei diritti dell’Uomo, Robert Spano (ne scrive Giulio Cavalli).

In questo orizzonte di attacco allo Stato di diritto (in Turchia al momento sono 130 gli avvocati incarcerati) la società civile turca continua a resistere. Nonostante l’oppressione del regime a Istanbul e non soltanto hanno preso vita nuove forme di resistenza e di solidarietà, come racconta il giornalista Murat Cinar in questo sfoglio di copertina: reti di cittadini e organizzazioni politiche dal basso provano a contrastare il tentativo di Erdoğan di espellere le minoranze curde, rom, armene, cancellandone anche la cultura.
A questi movimenti vogliamo dare voce, così come ai tanti giovanissimi volontari che stanno cercando di rispondere per come possono all’emergenza che sta vivendo Beirut, in un vuoto totale della politica e di iniziative di governo, come ci racconta Roberto Prinzi nel suo reportage. Il grande scrittore libanese Amin Maalouf, intervistato da Juliette Penn, ci parla del naufragio del suo Paese ma anche di una possibile rinascita se, dice lui, l’Europa non abdica ai propri valori e cerca un modo diverso di rapportarsi con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Quel che sta accadendo nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente è una questione che ci riguarda da vicino, non solo perché vi si gioca una partita geopolitica del futuro – con l’ingerenza delle grande potenze internazionali, con Macron che gioca a fare il piccolo neo-colonialista in Libano e l’Europa che volta lo sguardo dall’altra parte – ma anche perché è una questione che riguarda la salvaguardia di diritti umani insopprimibili. E qui torniamo al nocciolo di questa storia di copertina: come è possibile che Erdoğan venga supportato e foraggiato da Paesi che si dicono democratici? Come è possibile che l’Unione europea per tenere alla larga migranti, profughi e richiedenti asilo, lo abbia lautamente pagato?

Business is business. Così l’Italia ha continuato a fare affari con la Turchia, irresponsabilmente. Allo stesso modo ha continuato a vendere fregate militari all’Egitto nonostante non sia stata ancora ottenuta verità e giustizia per il ricercatore Giulio Regeni torturato e ucciso al Cairo; nonostante uno studente dell’Università di Bologna come Patrick Zaky sia ancora in carcere senza aver commesso alcun crimine. Capitolo se possibile ancor più doloroso e inaccettabile è quello che riguarda la Libia, uno Stato fallito, con il quale fin dai tempi del governo Gentiloni e di Minniti abbiamo fatto accordi finanziando la sedicente guardia costiera libica perché intercetti e mandi in veri e propri lager i migranti che osano imbarcarsi su mezzi di fortuna per cercare un futuro migliore fuori dai loro Paesi. Barbaro è il Paese che rifiuta hospitium, dice un profugo troiano respinto dopo un naufragio vicino alla Sicilia nel primo libro dell’Eneide. Ce ne parla il classicista Maurizio Bettini invitandoci a interrogarci più profondamente sulle politiche disumane dei porti chiusi che viviamo ancora oggi.

L’editoriale è tratto da Left dell’11-17 settembre

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Commenti

commenti

Condividi