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La notizia della morte dell’avvocata Ebru Timtik è entrata violentemente nelle case di tutti noi. L’intera avvocatura italiana ed europea e la società civile si sono unite al cordoglio della sua famiglia e dei suoi colleghi. Ma non una sola parola è stata spesa dalle nostre istituzioni

Ci sono dei numeri che hanno fatto il giro del mondo: 30, i chili di pelle ed ossa che pesava Ebru Timtik alla sua morte, e 238, i giorni di sciopero della fame all’esito dei quali il suo cuore ha cessato di battere. Ci sono sequenze di foto che resteranno per sempre impresse nella memoria collettiva, come prova della crudeltà del sultano: la foto del sorriso di una giovane donna in toga, piena di vita; la foto di una donna emaciata dallo sguardo risoluto, alla finestra, dietro alle sbarre che stringe con forza, quasi a poterle rompere con la sola forza della volontà;  la foto della sua bara, coperta dalla sua toga; la foto dei lacrimogeni lanciati dalla polizia al suo funerale. E poi c’è una voce, che per l’eternità condannerà. Si tratta di un video di Ebru Timtik nel quale, nel corridoio del tribunale, in toga, agitando le mani legate, urla: «Se un’avvocata muore, domanderà giustizia dalla sua tomba! Romperemo tutte le nostre catene, vogliamo libertà per gli avvocati, libertà di difendere i nostri assistiti, libertà!».

Questa sequenza di immagini, entrata nelle nostre case insieme alla notizia della morte di questa giovane avvocata turca, detenuta, in sciopero della fame per rivendicare un giusto processo e il diritto alla difesa dei propri assistiti, ha avuto un enorme impatto emotivo su tutti noi, ed in particolare sull’avvocatura italiana ed europea, che da mesi era impegnata nella campagna per la liberazione degli avvocati turchi detenuti. La notizia della morte di Ebru è entrata nella casa di tutte le persone insieme alla notizia delle mire espansionistiche di Erdoğan nel Mediterraneo, ha determinato la presa di coscienza collettiva della morte dello Stato di diritto in Turchia e delle reali ambizioni del sultano. Gli eventi che sono seguiti alla morte di Ebru, ed in particolare la liberazione del suo collega in sciopero della fame da 213 giorni, Aytac Unsal, negata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo ma concessa temporaneamente dalle autorità turche in occasione della controversa visita del presidente della Cedu in Turchia, ha aperto per la comunità giuridica un…

L’articolo prosegue su Left dell’11-17 settembre

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