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Ridurre la rappresentanza è sancire – senza dirlo in maniera esplicita – che il censo torni a essere il filtro per fare attività politica

“Una legge elettorale non si nega a nessuno” potrebbe essere la sintesi del dibattito politico istituzionale degli ultimi venti anni. Da un lato per la frequenza con cui si sono cambiate le leggi elettorali ed anche per la frequenza con cui la Corte costituzionale le ha giudicate e sanzionate; dall’altro per l’assenza di un’idea condivisa, o almeno significativamente maggioritaria, su come innovare il modello consolidando la centralità del Parlamento, il cuore del dettato costituzionale. Proprio questa assenza di orientamento condiviso ha prodotto ipotesi e poi leggi di riforma costituzionale implacabilmente bocciate nel voto referendario. La nostra storia recente dovrebbe da sola dire come sia quantomeno una tesi spericolata quella del “riduciamo oggi i numeri del Parlamento per fare, domani, le riforme”. La politica dei due tempi non funziona mai; vorrei dire anche: non caratterizza il riformismo. Chi è mosso da pulsioni antiparlamentari – e non sono pochi -, chi paragonava Parlamento e scatolette di tonno, chi esplicitamente rinnega la democrazia rappresentativa ovviamente attende solo di incassare il risultato referendario; anzi, critica chi ha promosso il referendum. A proposito di parola al popolo… Magari riproporranno spezzoni di fantasiose teorie di democrazia diretta, immagino con lo stesso spirito con cui, in questi anni, hanno ignorato l’esistenza delle leggi di iniziativa popolare depositate in Parlamento. Chi volesse cimentarsi con un’idea di riforma del bicameralismo, della composizione delle due Camere, del funzionamento dell’attività legislativa, non troverà in questa norma il tracciato, perché la scorciatoia del numero di parlamentari e senatori non affronterebbe il nodo delle diverse competenze tra potere centrale e delle Regioni, e non risolverebbe la progressiva crisi della politica che ha consegnato al governo, alla decretazione, una primaria funzione legislativa che la stessa definizione della nostra Repubblica assegna, invece, al Parlamento. Proprio dicendo no alle scorciatoie senza meta, si possono riproporre i termini necessari per avviare un processo positivo.

La pandemia – e il conseguente bisogno di fare scelte per salvaguardare il diritto costituzionale alla salute, scelte che hanno dato risultati importanti per cittadini e cittadine e per il Paese – ha anche suonato un doppio campanello d’allarme: sia sulla difficoltà di avere politiche univoche in tutto il Paese, condizione necessaria per parlare di diritti essenziali, sia sull’esercitare un ruolo del Parlamento che non fosse di mera approvazione dei decreti. La pandemia dovrebbe aver una buona volta archiviato il tema dell’autonomia differenziata, la richiesta di moltiplicare i terreni di disunità, di possibile disarticolazione dei diritti essenziali. La pandemia ci ha detto che proprio in una delle regioni “vogliose” di autonomia, la Lombardia, si pensava di guardare così “avanti” da non riuscire nemmeno a garantire i diritti derivanti dal sistema sanitario pubblico e nazionale. A proposito delle scorciatoie, quanto ci insegna… Nel, pur scarso, dibattito referendario c’è chi sottolinea molto che è solo una misura quantitativa, che quindi non determina una lesione qualitativa, che è un quesito puntuale, specifico, delimitato, come a dire: perché fate tanta confusione, è chiaro, semplice, innocuo.

Mi permetto di obiettare che la Costituzione non è un mosaico di norme a sé stanti, per cui basta che le tessere abbiano la stessa forma e tutto va a posto, ma un insieme coerente di norme che vanno lette e valutate in correlazione le une alle altre. Proprio perché la Costituzione è sovraordinata non si può “rattoppare” con una legge ordinaria, anche perché si renderebbe il dettato costituzionale dipendente e variabile in ragione delle singole temporanee maggioranze parlamentari. L’attenzione dei Costituenti fu questa: definire l’organicità delle norme ed anche vincoli e procedure per le modifiche. Certo, la lettera originale indicava la proporzionalità tra seggi e popolazione, tradotta nel 1963 in un numero che mantenendo il criterio di proporzionalità definiva i numeri rendendoli non più variabili. Proprio perché si manteneva coerenza e proporzionalità non si dovette ricorrere a leggi ordinarie di “riparazione”. Non è quindi sul numero in astratto che si concentra la scelta di votare No, ma sull’effetto, piccolo o grande non è rilevante, di indebolire la Costituzione. E non …

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L’autrice: Susanna Camusso è stata segretario generale della Cgil da novembre del 2010 a gennaio del 2019. Attualmente, sempre in Cgil, è responsabile nazionale per le politiche di genere

L’articolo prosegue su Left del 18-24 settembre

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