Il fronte del No al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari avanza di giorno in giorno, parallelamente alla sempre più vasta informazione che, a fatica, è riuscita a fare breccia nell’opinione pubblica, evidenziando gli altissimi costi democratici di una riforma tutt’altro che semplice e puntuale. La mortificazione del pluralismo politico, della rappresentanza delle minoranze, più in generale, delle “periferie” geografiche e sociali del Paese sovrastano i risparmi irrisori sventolati dai proponenti.

Cui prodest? Non certo a chi pagherebbe con il suo “silenziamento politico” il mirabolante risparmio di un caffè al giorno per abitante. Non certo al Parlamento, il cui migliore funzionamento, a ranghi ridotti del 36,51%, sembra più una favola della buonanotte che un’effettiva garanzia di maggiore rapidità dei lavori parlamentari, o della qualità della produzione legislativa e, men che meno, della rappresentanza. Tutti assiomi non dimostrati e non pervenuti. Così come le garanzie che dovrebbero arrivare dalla nuova legge elettorale, appena licenziata in bozza dalla commissione Affari costituzionali, e calibrata, ancora una volta, su “liste bloccate” senza alcuna garanzia di partecipazione democratica dei cittadini e dei territori nella scelta di candidati e probabili eletti. Un metodo verticistico, che è e rimane saldamente nelle mani delle segreterie nazionali o, per quanto riguarda il M5s, di procedure telematiche a dir poco opache e non verificabili dagli elettori. Un meccanismo di cooptazione al ribasso in cui la fedeltà al capo è…

L’articolo prosegue su Left del 18-24 settembre

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