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Proprio nei giorni in cui è diventato chiaro che finalmente la modifica dei decreti sicurezza di Salvini fosse imminente, a Milano è accaduto un fatto totalmente trascurato dai media ma che in tema di gestione dell’immigrazione rappresenta la cartina di tornasole di un percorso già visto oltre che un poco rassicurante ritorno al passato

Proprio nei giorni in cui è diventato chiaro che finalmente la modifica dei decreti sicurezza di Salvini fosse imminente, a Milano accadeva un fatto totalmente trascurato dai media ma che in tema di gestione dell’immigrazione rappresenta la cartina di tornasole di un percorso già visto oltre che un poco rassicurante ritorno al passato: la riapertura, il 29 settembre, del Centro permanente per i rimpatri (Cpr). Nel 1999 la struttura di Via Corelli fu fra le prime ad aprire al nord per trattenere migranti in attesa di espulsione. Allora si chiamavano Cpta (Centri di permanenza temporanea ed assistenza) ed erano il prodotto del Testo unico noto ormai col nome dei promotori, Turco-Napolitano (allora rispettivamente ministri delle Politiche sociali e dell’Interno). Da subito, nonostante i tempi massimi di trattenimento fossero di 30 giorni rispetto agli attuali 180 (la riforma dei decreti Salvini dovrebbe dimezzare questo periodo), il Centro divenne luogo di tensione e scontro. Fu per primo un giornalista, divenuto famoso per i travisamenti, a farsi rinchiudere nel Cpta spacciandosi per rumeno (allora la Romania era fuori dall’Ue) e poi a denunciare sulle pagine cittadine del Corriere della Sera, quanto vi avveniva in termine di deprivazione dei diritti.

Il giornalista, Fabrizio Gatti, ha proseguito per anni quest’opera di denuncia. Il Cpta cambiò nome come gli altri divenendo Cie (Centro di identificazione ed espulsione) e fu teatro di numerosi episodi controversi, dalle aggressioni denunciate in una sezione adibita ai trans ad un processo per stupro. Una ragazza nigeriana, O. J, denunciò un tentativo di violenza da parte di un dirigente della Croce Rossa, che gestiva il centro. Il dirigente venne, il 28 settembre del 2010, rinviato a giudizio, condannato in primo grado e poi assolto in appello. Negli anni a venire si susseguirono le rivolte che determinarono la chiusura del Cie e la sua trasformazione in spazio di accoglienza dove si intrapresero positivi tentativi di inserimento sociale e si formò anche una squadra di calciatori.

Tutto questo venne interrotto quando si ripresentò la volontà politica di aprire un centro di detenzione in ogni regione e, col ministro Minniti, si individuò nella vecchia struttura di Via Corelli lo spazio in cui farlo in Lombardia. Quasi da subito iniziarono i lavori ma tra problemi di appalto, difficoltà politiche e poi l’emergenza covid, i lavori sembrarono fermarsi.

Una illusione in cui non è mai caduto il tessuto antirazzista molto presente e attivo nel capoluogo lombardo e che già da anni ha dato vita alla “Rete mai più lager No Cpr”. Un tessuto corposo che, sulla base di un obiettivo comune, contrastare l’apertura del centro, vede lavorare insieme associazioni, avvocati, giornalisti, partiti, sindacati, realtà di movimento e centri sociali. C’erano loro, solo loro, il 2 ottobre a protestare contro lo scempio che si è riprodotto a Milano. Erano informati da prima: «Quando a giugno seguivamo il percorso di sanatoria – racconta T, una loro esponente – in prefettura ci hanno detto che con calma sarebbero andati avanti. In agosto, sul sito della prefettura, risultava con frequenza l’acquisto di materiale per approvvigionamenti e suppellettili. Poi il 23 settembre, su una agenzia usciva un trafiletto con dichiarazioni di Riccardo De Corato, assessore regionale alla Sicurezza in cui si annunciava l’apertura del Cpr. L’esponente politico raccontava di aver scritto già in passato alla ministra Lamorgese lamentando i ritardi nel provvedimento. Quando tutto era pronto. Noi abbiamo continuato a fare presidi quando il centro era ancora vuoto ma a quanto ci risulta, una trentina di persone, provenienti soprattutto da Lampedusa e di cittadinanza tunisina, sono stati condotti nella struttura di soppiatto». Scarsa per ora l’opposizione politica reale. Pierfrancesco Majorino, europarlamentare, ha indetto una conferenza stampa in cui dichiarava la propria contrarietà al centro, insieme ad altri ha attuato un flash mob con cartelli a Palazzo Marino dichiarando che “la sua opposizione si era espressa già dall’ottobre 2018”. In quel periodo lo stesso MaJorino si fece portatore di una mozione al Consiglio comunale contro l’apertura del Centro. La mozione venne approvata ma evidentemente non ha ottenuto ascolto né dal vecchio né dal nuovo governo. La sua sensibilità al tema è nota ma purtroppo sembrano dominare gli equilibri di governo. Dalla Rete rispondono con diffidenza: «Veramente si sono espressi solo a ottobre, poi, col cambio di governo, da quell’area politica è nata solo una piccola pagina fb. E il sindaco Beppe Sala, esponente di centro sinistra, a pochi mesi dalle elezioni comunali ha dichiarato di non contestare l’apertura del Cpr. E aggiunge che da Milano i rimpatri si sono fatti comunque e che il tempo di trattenimento, anche se verrà portato a 90 giorni è troppo lungo. Ne bastano 30. Si ripropone insomma l’ennesima ricetta della riduzione del danno senza cercare alternative percorribili. Sarebbe importante che chi è contrario al Cpr venisse ai presidi nei pressi di Via Corelli anche rischiando le multe». Certo è che se al Comune cresce una opposizione ad un fatto che deturpa la vita democratica della città è importante che oggi emerga e faccia sentire forte la propria voce.

In molti raccontano di un clima teso a Milano: sono aumentati i controlli alla stazione centrale rivolti soprattutto a chi ha il colore della pelle troppo scuro, giorni fa ne hanno fatto le spese un uomo sposato con prole e regolarmente presente ed un ragazzo in attesa di risposta dalla commissione territoriale. Entrambi hanno avuto la fortuna di poter provare la regolarità della propria presenza in città, altrimenti le porte del Cpr erano già pronte. Questo mentre la campagna propagandistica di chi ha voluto l’apertura del centro continua a ribadire che «dentro ci andranno solo i malviventi». Curioso concetto quello per cui si considerano tali persone che, al momento di un fermo, non hanno commesso né sono accusati di alcun reato se non quello di non essere in regola con i titoli di soggiorno.

L’ente gestore assegnatario per il Cpr è una Rete temporanea d’impresa, costituita da Versoprobo Scs di Vercelli, e Luna Scs di Vasto (Chieti). Sono società cooperative con esperienza maturata nei Cas del Piemonte e del Molise ma anche nella gestione di attività turistiche, come numerosi lidi, spiagge, bar e pizzerie dai laghi lombardi al Salento. La Versoprobo ha circa 200 dipendenti per lo più. Ha partecipato a Milano anche alla manifestazione antirazzista “Insieme Senza Muri” organizzata un paio di anni fa da alcuni esponenti del PD Milanese, portando con sé diversi “ospiti”. Luna Scs, invece, è rappresentata dal fatto che una sua consigliera di amministrazione risulta, dal sito della cooperativa, rivestire l’incarico di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Vercelli.

Nel marzo 2020, come segnalato dalla Rete, prevedendo una apertura prossima, erano usciti sul web annunci per la selezione di dipendenti adeguati. Fra le competenze richieste c’era anche la «familiarità con la pratica delle arti marziali».

A questi pessimi segnali se ne aggiungono altri. Secondo indiscrezioni potrebbe riaprire a breve, entro gennaio, il Cpr in località Pian del Lago a Caltanissetta mentre si dovrebbe procedere all’ampliamento della struttura di Bari e a quella di Palazzo San Gervasio (Pz). Bari è stata anche teatro nei giorni scorsi di arrivi nel Centro Accoglienza Richiedenti Asilo attiguo al Cpr. Alcune delle persone giunte sono risultate positive al covid il che ha portato a chiedere l’isolamento volontario degli altri presenti. Alcuni sono stati destinati ad altre strutture altri si sono dileguati nel timore del rimpatrio.

E nel silenzio dettato dal fatto che è impossibile entrare nei centri, si verificano continue tensioni negli altri centri, a Macomer (Nu), Gradisca D’Isonzo (Go), e a Torino. Ma entrare è reso sempre più difficile anche a causa della pandemia, le voci che arrivano, da verificare, sono frutto di pochi momenti in cui si riesce dall’interno ad utilizzare il cellulare e chiamare un amico, un conoscente.

Troppo poco per saperne di più ma troppo per poter accettare che alcuni luoghi del Paese siano sottratti a qualsiasi reale controllo anche da parte del mondo dell’informazione.

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