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Un grande protagonista della Resistenza, il partigiano Mario Fiorentini, racconta una straordinaria storia personale e collettiva di lotta al fascismo. E invita i giovani a «non dare per scontata la Costituzione e i suoi valori democratici»

«Provenivo da una famiglia di origine ebraica, durante gli anni dell’adolescenza per fortuna – non avendo fatto il liceo – non ero stato assorbito dal regime e dalla sua propaganda manipolatoria», racconta il partigiano Mario Fiorentini che a novembre compirà 102 anni. E ci immergiamo subito nella sua storia.

Quando e perché il giovane Mario Fiorentini, nome di battaglia Giovanni, decise di entrare nella Resistenza e di far parte dei Gap?
I fatti avvennero in modo molto precipitoso e ci trovammo in guerra. Io ero stato chiamato al servizio militare, ma una enterocolite mi aveva tenuto mesi a letto, altrimenti mi avrebbero spedito in Africa. La caduta del regime l’8 settembre 1943, risvegliò molte coscienze dal torpore imposto con la forza dal fascismo: quell’inevitabile indottrinamento dei giovani, era un atto deliberato per piegarne la coscienza ai voleri del regime. Dopo l’8 settembre crebbe la consapevolezza della necessità di agire, di non essere complici, anche sfidando le imposizioni dovute allo stato di guerra. Vivevamo in un clima di pericolo continuo: cercarono di portare via i miei genitori per deportarli ad Auschwitz e solo l’eroismo di mia madre salvò mio padre da morte certa, era la dimostrazione che dovevamo combattere per riconquistare una nuova dignità, una presa di coscienza personale della necessità di ribellarsi, non solo alle ingiustizie contro noi ebrei, ma soprattutto contro la barbarie della guerra in cui ci avevano trascinato con l’inganno.

Lo storico Claudio Pavone ha scritto che la Resistenza fu: guerra civile, guerra di liberazione e guerra di classe; secondo lei sono valide tutte e tre le interpretazioni?
Sì certo, soprattutto fu una guerra di…

L’articolo prosegue su Left del 16-22 ottobre 2020

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