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Cosa significa essere partigiani e antifascisti oggi? Lo racconta un diciassettenne che a 14 anni si è iscritto all’Anpi: «Io sono femminista, antirazzista, sono per la laicità dello Stato e per i valori della Costituzione, vivo per una società che non adotti la disumanità come legge»

Non ho alcun parente o amico iscritto ad associazioni di memoria, sindacati o partiti; semplicemente, tre anni fa, a quattordici anni, incuriosito dai discorsi di mia nonna, cercai il sito dell’Anpi scoprendo che in quei giorni ci sarebbe stata, a Roma, la celebrazione dei cento anni di un partigiano. Decisi di andarci.

Nacque così il mio interessamento all’Associazione nazionale partigiani d’Italia. Ascoltai, all’inizio con curiosità poi sempre con maggiore ammirazione fino a scoprirmi realmente interessato a due aspetti di ciò che raccontavano; i due aspetti che, ho scoperto dopo, essere alla base dell’associazione: quello storico e quello sociale. L’Anpi è l’incarnazione di una grande idea di giustizia, costituita da tante battaglie che sono il terreno su cui, nel 1946, è nata la Repubblica italiana.

Gramsci diceva: «La storia è maestra, ma non ha scolari», ed è una frase di schiacciante attualità. Saper guardare a ieri e imparare da quanto è successo per costruire il presente sarebbe la soluzione a tanti mali di oggi; il primo motivo per cui mi sono iscritto è dunque, come accennato, storico.

La storia, ad esempio, ci insegna che…

L’articolo prosegue su Left del 16-22 ottobre 2020

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