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Con questa intervista desideriamo ricordare l’italianista, critico e narratore Marco Santagata

Dante, Petrarca, Boccaccio. Delle celebrate “tre corone” della letteratura italiana, Dante fiero uomo di parte della Firenze comunale e autore della Commedia, Petrarca raffinato frequentatore delle corti signorili e autore del Canzoniere, Giovanni Boccaccio con le cento novelle del suo Decameron raccolte in una splendida cornice è certamente il più moderno, il più vicino a noi. Gentiluomo modesto tra due geni superbi, il certaldese fu amante della cultura e delle donne, che considerava le sue vere muse, sottraendosi al luogo comune di celebrarle, come Beatrice e Laura, dopo la loro morte. Di Dante scrisse la prima e forse più bella delle biografie, facendosi anche copista, illustratore e iniziatore di pubbliche letture del Poema sacro. Di Petrarca, che pure ostentò di ignorare il suo capolavoro in volgare permettendosi di fare, con intento esemplare, una traduzione latina dell’ultima novella del Decameron, fu fedele amico e ospite. Grande operatore culturale, ebbe un vivo senso dell’importanza della trasmissione e della diffusione del patrimonio letterario promuovendo l’istituzione di una cattedra di greco a Firenze, quando ancora quella lingua in Occidente era sconosciuta, e un primo avventuroso esperimento di traduzione dei poemi omerici.

A Marco Santagata, autore di numerose opere sui tre grandi scrittori toscani, chiediamo di illustrare il titolo intrigante del suo recente lavoro Boccaccio. Fragilità di un genio (Mondadori) alla luce dell’autobiografismo, indicato come cifra ricorrente in tutte le sue opere.

L’amabile scrittore fu un uomo tormentato?

Il volto rotondeggiante e paffuto delle immagini che lo ritraggono e la sensazione dei lettori del Decameron di avere a che fare con una persona che osserva con tranquillo e sorridente distacco le cose del mondo spingerebbero a pensarlo come un uomo sereno, pacioso, affabile e aperto, saggiamente indulgente verso sé stesso e gli amici. E invece sappiamo che aveva un carattere difficile: introverso, fragile, diffidente e anche molto permaloso. Insomma, Boccaccio cerca di essere accettato, di integrarsi negli ambienti in cui si trova a vivere, e nello stesso tempo teme di non essere riconosciuto, di essere messo da parte. L’instabilità emotiva lo accompagna per tutta la vita.

Quale nesso esiste tra la condizione di figlio illegittimo, per parte di madre, di un mercante inurbato a Firenze e l’originale scelta di dedicare il Decameron alle donne «vaghe» e «dilicate» – poiché alle altre «è assai l’ago, e ’l fuso e l’arcolaio» – in soccorso e rifugio di quelle che soffrono per amore, e come ricompensa per averlo più volte confortato nelle proprie pene amorose?

Il discorso sarebbe lungo. Semplificando al massimo, si può dire che il trauma di non avere conosciuto la madre si ripercuote non solo sui suoi atteggiamenti di uomo ma anche sulla sua produzione letteraria. L’instabilità di cui parlavo, il desiderio di essere accettato e, insieme, la paura di essere rifiutato, hanno la loro radice in quel trauma infantile, così come da quella mancanza sembra dipendere anche l’aspirazione, irrealizzabile per lui chierico, alla vita matrimoniale. Lo scrivere letteratura, e non solo in volgare, è l’attività che dà voce alle frustrazioni e alle delusioni della vita ma che, nello stesso tempo, apre la strada a quei risarcimenti fantastici negati dalla realtà. Siccome il tema amoroso, sia nei suoi aspetti negativi sia in quelli positivi, è al centro della sua letteratura, ecco che Boccaccio finisce per collocare la sua intera produzione creativa sotto il segno del femminile. Le donne non sono solo il punto intorno al quale essa ruota, ma anche e soprattutto le sue destinatarie privilegiate. In prima istanza, lo scrivere di donne e per le donne segnala l’intenzione di Boccaccio di rivolgersi a un pubblico di lettori più ampio e meno specialistico di quello della coeva letteratura latina e di affrontare temi più vicini alle esperienze di un pubblico di media cultura; tuttavia, a rappresentare uno degli aspetti più innovativi e moderni delle sue scritture, e non solo in volgare, sono soprattutto la partecipazione e l’acutezza di sguardo con le quali lui osserva la condizione delle donne. La sua capacità di esplorare i rapporti tra i sessi dal punto di vista di quello femminile per secoli non avrà corrispettivo.

La Divina Commedia di Dante, il Canzoniere di Petrarca e il Decameron di Boccaccio, raccolte rispettivamente di canti, liriche e novelle, sono opere accomunate dal fascino di un’architettura narrativa unitaria secondo un disegno – religioso le prime due, integralmente laico l’ultima – che nella cultura cortigiana non sarà più ripreso. Come mai?

La costruzione di un libro unitario attraverso l’assemblaggio di singoli testi, le novelle, autonomi e autosufficienti è, insieme all’attenzione per le donne, un altro dei punti di grande modernità di questo scrittore. E vero che, proprio come il Canzoniere di Petrarca, da questo punto di vista il Decameron non è stato capito. Le poesie dell’uno e le novelle dell’altro saranno nella civiltà d’antico regime i modelli sui quali costruire una letteratura di consumo finalizzata alla comunicazione sociale. E invece sia Petrarca sia Boccaccio miravano a edificare monumenti letterari che si collocassero allo stesso livello dei grandi testi degli antichi e, per quanto riguarda Boccaccio, del testo principe della letteratura in volgare, la Commedia di Dante. Da questo punto di vista, Boccaccio è forse ancora più moderno dello stesso Petrarca: questi con il Canzoniere si riprometteva di scrivere un libro umanistico, in altri termini, di inglobare dentro il dominio umanistico un testo volgare per la lingua ma “classico” nei temi e nelle intenzioni; Boccaccio, invece, vuole compiere l’operazione contraria, cioè arricchire di armoniche classicheggianti e umanistiche un libro orgogliosamente volgare. Petrarca è stato il grande maestro di Boccaccio, il modello a cui lui ha cercato di uniformare la propria spiritualità e i propri interessi culturali, ma ciò non toglie che per tutta la vita Boccaccio abbia perseguito un suo progetto sostanzialmente antipetrarchesco: conciliare la due culture, quella alta, latina, degli studiosi e degli umanisti con quella volgare mirata all’intrattenimento e alla divulgazione propria del pubblico delle corti e delle professioni. L’incondizionata ammirazione per Petrarca non ha mai fatto vacillare il suo culto per Dante, come a dire che la sua sincera conversione agli studi umanistici non ha mai incrinato la sua convinzione che la nuova cultura debba necessariamente fondere in un nuovo amalgama la lezione degli antichi e la lingua dei contemporanei, di Dante prima di tutto.

«Noi leggiavamo un giorno per diletto»: nell’Inferno la lettura di romanzi d’amore costa a Paolo e Francesca la condanna nel girone dei lussuriosi. Nel Decameron, cognominato prencipe Galeotto con evidente riferimento all’episodio dantesco, il narrare e fare musica è scelto dai dieci giovani, temporaneamente ritirati in villa, come un baluardo contro gli orrori della peste che devasta la città, in luogo della preghiera e dell’espiazione. Non pensa che dalla bella storia, che il suo libro ricostruisce, possa derivare al lettore qualche suggestione contro l’attuale abbrutimento della vita pubblica?

Confesso che questa pur legittima domanda mi crea qualche imbarazzo. Penso anch’io che dall’opposizione tra lo sconvolgimento della peste e l’ordine “civile” ricostruito dai giovani novellatori possano scaturire non poche suggestioni per il presente, e tuttavia resto fedele all’idea che il compito della letteratura non sia insegnare, ma suscitare emozioni. Che i processi di identificazione mediante i quali opera la grande letteratura possano produrre effetti positivi anche sul piano sociale è indubbio; per quali strade ciò avvenga è tuttavia assai misterioso. In ogni caso, penso che dopo Auschwitz non sia più lecito nutrire troppo speranze negli effetti salvifici e taumaturgici dell’arte e della cultura.

L’intervista è stata pubblicata su Left del 17 gennaio 2020

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