Condividi

È il cantore dell’Italia interna, dei paesi dell’Appennino ricchi di una bellezza da troppo tempo negata. Arminio, “paesologo” e poeta, dice di sé: «Semplicemente racconto la vita, come sempre la letteratura dovrebbe fare»

Franco Arminio è un poeta campano di Bisaccia, quella che ha chiamato Irpinia d’Oriente, ma anche un reporter lirico, documentarista, militante della sinistra etica, inventore di uno sguardo nuovo sull’Italia interna e interiore di cui ha molto scritto che ha chiamato “paesologia”, lavoro di letteratura fatti di libri memorabili come Viaggio nel cratere (Sironi), Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza), Terracarne (Mondadori) che è culminato in un happening en plein air nel paese di Aliano, in Basilicata, luogo di confino dove Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato ad Eboli.

Da molti anni unisci la letteratura, la poesia ma anche il reportage, all’agire politico, soprattutto a Sud, dove sei stato anche candidato come sindaco del tuo paese, rinnovando la tradizione dei Dolci, degli Scotellaro, dei Levi, alla quale vuoi ricollegarti. C’è ancora spazio per un rapporto tra la cultura e la politica?
Non so, forse per me questo spazio non c’è, almeno a giudicare dai risultati. In ogni caso è uno spazio da cercare sempre ed è importante anche se è piccolo e sempre minacciato. Io forse sono una creatura impolitica, forse la politica non è un mio interesse profondo. E poi si tratta sempre di capire di cosa parliamo quando parliamo di politica. Se pensiamo a uno come De Luca direi che non c’è spazio per un dialogo con la cultura. Agli occhi di chi fa politica come la fa lui interessano solo i portatori di voti, interessano i medici, i farmacisti. Interessano quelli che hanno modi spicci, quelli che sono bravi a transitare da uno schieramento all’altro senza tanti scrupoli. Per me è un grande dolore che gente come Dolci, come Scotellaro, come Levi alla fine hanno pochissima attenzione. Se penso a un ministro come Speranza vedo subito che non ha nessuna vicinanza con la politica come la penso io. Siamo pieni di persone che sono protese unicamente a calibrare la loro carriera. Con queste persone la cultura gira a vuoto, il dialogo, se pure si accende, si spegne assai presto. E allora bisogna dialogare coi ragazzi, invitarli a tornare nell’Italia interna o a non lasciarla. So che può sembrare un invito velleitario, ma oggi dobbiamo anche dire cose che possono sembrare impraticabili. Forse la mia natura politica più autentica sta in questa carica utopica anche un poco infantile che da sempre mi porto dietro. Forse il mio contributo alla vita politica può essere solo questo di…

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Commenti

commenti

Condividi