• Stati Uniti

Gli Stati Uniti si sono liberati di Trump, un presidente sessista il quale, nella sua infinita barbarie, ha sostenuto che le donne vanno prese «per la vagina». Biden, il nuovo presidente, dopo essere riuscito a sgusciare dalle accuse di sessismo, resta un uomo a cui la prossemica di rispetto verso le donne evidentemente non è stata insegnata. La violenza maschile negli Stati Uniti resta un problema grave e ogni giorno vengono uccise molte donne dai loro partner. Le violenze, anche per la incontrollata diffusione di armi, determinano circa 10mila uccisioni in ambiente domestico ogni 5 anni. Il patriarcato negli Stati Uniti rimane la causa fondamentale delle violenze degli uomini sulle donne. Qui tra le molteplici e variegate forme di oppressione violenta contro le donne, si registra anche il patriarcato cristiano, un’ideologia religiosa integralista a cui aderiscono in troppi. Secondo questa ideologia l’uomo è il sovrano assoluto perché «le donne che detengono cariche autoritarie, che si tratti di affari, chiesa, famiglia, legge o politica, sono uno dei segni distintivi di una società maledetta da Dio». Il patriarcato negli Stati Uniti, comunque, è trasversale e ne sono protagonisti anche uomini che, per quanto non religiosi, ne hanno assimilato e interiorizzato le devianze. L’unica speranza di riscatto è affidata alle donne. Durante l’ultima campagna elettorale i movimenti femministi statunitensi hanno indetto ben 425 manifestazioni contro Trump, e Biden deve anche a loro la sua elezione.

  • Cina

Pechino ha sviluppato modalità di repressione femminile tanto feroci quanto sofisticate. La storia della repressione femminile ha radici antiche ed è la risultante di un potere maschile violento e crudele, oltre l’immaginabile. Ancora oggi si registrano pratiche di femminicidio infantile quando non è possibile praticare aborti selettivi se il feto è femmina. Le donne cinesi che si ribellano alle pratiche diffuse di violenza e sopruso, vengono accusate di disturbare l’ordine pubblico e vengono internate in lager che le autorità cercano di far passare come centri di rieducazione. Nei centri di rieducazione vengono sistematicamente stuprate, vengono sterilizzate senza consenso, vengono legate a letti di contenzione, subiscono torture come la torsione e l’elettroshock. Vengono costrette a lavorare senza sosta e se non rispettano le consegne, vengono massacrate di botte. La violenza istituzionale determina una violenza equivalente nelle mura domestiche. La violenza domestica è stata considerata legittima fino al 2016, quando finalmente è stata adottata una legge che la vietava. Durante la pandemia le organizzazioni umanitarie che operano in sostegno delle donne cinesi, hanno registrato un numero triplicato di richieste di aiuto per violenze subite, e una impennata si è registrata anche nel numero dei femminicidi. Fortunatamente in Cina è consentito divorziare e dopo la prima ondata di pandemia, si sono registrati poco meno di 5 milioni di divorzi, unica soluzione ad una violenza individuale domestica più che tollerata da una cultura che esprime contro le donne una violenza istituzionale bestiale.

  • Argentina

La convivenza forzata provocata dal Covid-19 in Argentina ha fatto registrare un aumento impressionante di femminicidi. La violenza domestica ripete sempre gli stessi percorsi: donne massacrate di botte, uccise a coltellate davanti ai figli, persino una bambina di due anni impiccata dal padre per fare del male alla madre. L’Argentina sta vivendo la sua quarta stagione del femminismo e il collettivo Ni Una Menos in questi giorni ha registrato una importante vittoria contro l’aborto clandestino, infatti martedì 17 novembre, il presidente Alberto Fernández ha presentato al Congresso un disegno di legge per legalizzare l’interruzione volontaria della gravidanza, mantenendo una promessa elettorale che le donne argentine avevano apprezzato votandolo.

  • Polonia

La repressione contro le donne in Polonia ha la legittimazione della chiesa cattolica, la stessa chiesa cattolica che protegge gli stupratori seriali clericali. Ogni anno in Polonia vengono uccise circa 500 donne ma lo Stato si rifiuta di includere i femminicidi nella qualificazione dell’omicidio di genere. La Polonia ha anche dichiarato di voler recedere dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere. La recente sentenza della Corte Costituzionale che nega l’aborto anche in caso di malformazione del feto, ha determinato proteste di piazza che si protraggono ormai da giorni. Le donne polacche sono decise a non cedere e contro la loro legittima rivendicazione, si è inserito a gamba tesa anche il Monarca vaticano con un assist al governo repressivo, tentando di delegittimare la protesta di piazza. Il Monarca vaticano, come è noto, si presta sempre ad intromettersi nelle questioni che attengono ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne, ma si astiene rigorosamente dall’abrogare le direttive che danno protezione giudiziaria ai suoi preti pedofili. Il giorno in cui si asterrà dall’intromettersi nei diritti sessuali femminili, sarà sempre troppo tardi.

  • Italia

Nel nostro Paese i femminicidi e le violenze domestiche che «durante il lockdown sono triplicati», non fanno più notizia anche perché la politica in Italia la fa la cronaca nera che dipinge le vittime come artefici del proprio infausto destino, colpevolizzate di fronte a poveri uomini sedotti e abbandonati. In questo scempio, l’Italia attraversa la questione dei diritti femminili con un dibattito su ruoli, identità e categorie da ripensare per superare divisioni e incoerenze. Essere cisgender (sesso e identità di genere coincidono) o transgender (sesso e identità di genere non coincidono), è una contrapposizione che non tiene conto di un altro qualificante elemento che è l’orientamento sessuale, all’interno del quale le specificità biologiche se per alcune persone possono ritenersi superate in favore di una specificità culturale e di superamento del dato biologico (mestruazioni, vagina) per altre invece costituiscono un dato imprescindibile a cui si sono legate lotte di affermazione che non possono essere taciute e ritenute superate. In entrambe le tesi ci sono vissuti ed esperienze che meritano prima di tutto di essere ascoltate, comprese, e non respinte in nome di una pretesa superiorità ideologica dell’una sull’altra. Se la vagina è entrata a pieno titolo nelle strutture simboliche delle lotte di affermazione, delle eterosessuali ma anche e soprattutto delle lesbiche, non può essere celata, nascosta e, in sintesi, negata da chi pretende che si elimini dal dibattito politico, per consentire che all’identità sessuale si sovrapponga d’emblée la sola identità di genere, intesa come identità psicologica e culturale. E’ assolutamente legittimo prescindere dalla identità biologica, soprattutto se a questa si lega con determinismo un ruolo sociale e funzioni riproduttive, intese come orribilmente ineluttabili e non consapevolmente scelte. E’ però altrettanto legittimo non prescinderne, e soprattutto nessuno può imporre ad un altro essere umano cosa sia giusto o cosa non lo sia in termini di identità sessuale, di identità di genere e di orientamento sessuale. Solo le religioni hanno la prerogativa di criminalizzare le teorie diverse dalla propria. All’interno dei dibattiti culturali sull’emancipazione, sulla non discriminazione e sull’affermazione dei diritti, il confronto su posizioni femministe diverse non deve portare necessariamente ad una sintesi. Posizioni differenti possono e devono coesistere con l’unico imperativo categorico per tutte del rispetto e della non discriminazione. Ad una donna, cis o trans, deve essere consentito di auto-qualificare la propria categoria e la propria teoria di riferimento, senza esclusioni, senza che a nessuna venga imposto di aderire ad una definizione piuttosto che un’altra. Rivendicare il primato della propria teoria può comportare la compressione del personale vissuto dalle altre, e già questa è una forzatura. Negare un termine significa negare identità, e negare la differenza sessuale significa negare identità sessuale a chi invece ha legato alla propria condizione biologica il proprio vissuto politico di affermazione e non necessariamente le proprie caratteristiche biologiche, espresse o potenziali. L’affermazione di una posizione non significa necessariamente negarne un’altra. Eppure chi vuole imporre l’identità di genere e il superamento della identità sessuale tout court compie una coercizione, come pure chi vuole imporre l’identità sessuale come prioritaria rispetto all’identità di genere, compie comunque una coercizione. Le teorie non vanno imposte, ma vanno declinate in modo da renderle naturalmente condivisibili, e se ci sono posizioni inconciliabili, significa che si dovrà accettare un dualismo, il pensiero unico di per sé non è grandemente democratico. Dovranno coesistere posizioni differenti senza che l’una ostracizzi l’altra. Ciò che deve valere è il rispetto che trova il suo vaglio nella non discriminazione, sempre.

Del resto la giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne si celebra per fronteggiare una oppressione verso cis, trans, etero e lesbiche, accomunate dallo stesso nemico comune, il patriarcato, che si afferma con la violenza istituzionale, la violenza economica, la violenza sanitaria, la violenza fisica, e che colpisce tutte, comunque. La fine della pandemia potrebbe riservare una società destrutturata e in quel caso le alternative sono due. Da una parte si ricostruisce il tessuto sociale ed economico con un socialismo libertario che rispetti differenze e identità. Dall’altra c’è la prevaricazione e la negazione di ogni diritto, con l’affermazione della violenza quale cifra dell’autoritarismo capitalista patriarcale. L’auspicio è che un fronte femminista internazionale compatto, pur nelle sue declinazioni intersezionale e della differenza, possa celebrare questo 25 novembre nella consapevolezza di essere determinante per decidere il futuro post pandemia, in senso socialista e libertario.

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L’autrice: Carla Corsetti è segretario nazionale di Democrazia atea e fa parte del coordinamento nazionale di Potere al popolo

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