Condividi

Anche i media alimentano pregiudizi. «Era tanto una brava persona». Quante volte lo abbiamo letto nei giornali o sentito alla tv a proposito del responsabile di un femminicidio. È uno dei tanti esempi di un processo di omissione della realtà che favorisce i colpevoli e getta sospetto sulle vittime

A pochi giorni dal 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, l’Italia registra una serie impressionante di femminicidi, stupri e violenze per mano maschile: tra i casi più recenti ed eclatanti la strage di Carignano dove un uomo decide di sterminare moglie, figlioletti e cane, nonché gli stupri violenti, reificanti dell’imprenditore di successo. L’orrore di questi crimini, tuttavia, viene sistematicamente attutito, omesso, rarefatto dalla narrazione sulla stampa. Si compie così quella che potremmo definire una vittimizzazione terziaria delle donne, laddove la primaria è l’atto violento che le colpisce, la secondaria è quella nella quale vengono esposte a giudizio per la loro condotta. La terziaria attiene invece alla mancata giustizia nei loro confronti. Sia nei tribunali, sia, come proponiamo nelle nostre ricerche, nei media.

Alle donne vittime di violenza è difficile che venga immediatamente riconosciuta comprensione, empatia, giustizia. Devono combattere perché la realtà della violenza subìta venga messa in luce e il percorso si rivela sempre accidentato, incerto e faticoso. Contro di loro verrà messo in atto un potentissimo processo di omissione della realtà, che di fatto da un lato favorisce i colpevoli e dall’altra getta sospetto sulle vittime. Nascondendo i primi alla vista e alla percezione e lasciando per contro in piena luce le donne e i loro comportamenti che verranno passati al microscopio. Sulla stampa. Nelle questure. Nei tribunali. La chiamiamo terziaria perché se la secondaria tende ad esporre la donna come potenzialmente corresponsabile della violenza subita («voleva lasciarlo», «era ubriaca», «aveva un amante…») con la terziaria si completa l’opera omettendo di specificare il colpevole, o attenuandone l’atteggiamento, la volontà, il carattere («era tanto una brava persona», «un gigante buono», «un uomo mite, tutto casa e lavoro…»). Una vera e propria chiamata di correo su base semantica.

Un fenomeno né nuovo, né accidentale, né sporadico, come mette in luce la ricerca Step, Stereotipo e pregiudizio: per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel racconto dei media condotta dall’Università della Tuscia in partnership con Differenza donna e con il supporto del Dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri. La ricerca si è basata sull’analisi della…

*-*

L’autrice: Flaminia Saccà, responsabile scientifica del progetto Step, è professoressa ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici all’Università degli Studi della Tuscia (Viterbo)

L’articolo prosegue su Left del 20-26 novembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Commenti

commenti

Condividi