L’emergenza sanitaria ha mostrato a tutti come la ricerca rappresenti un fattore determinante per la salute ma anche per il miglioramento della qualità della vita. Ci ha fatto vedere bene l’importanza della ricerca biomedica per la messa a punto di nuovi farmaci e di vaccini. Ora tocca alla politica fare la propria parte e invertire la rotta dopo lunghi anni di mancato riconoscimento della ricerca di base e di suo definanziamento. Ma è importante anche un rigoroso lavoro di divulgazione dei contenuti scientifici, garantire l’accesso ai dati (per es. dei candidati vaccinali anti-Covid19) e il diritto alla conoscenza dei cittadini, in modo che ci possa essere il massimo coinvolgimento della collettività.

Con questo obiettivo il parlamentare europeo Marc Botenga si è fatto promotore di una campagna Vaccino bene comune. La avevamo anticipata su Left qualche numero fa e, ora che sta per partire la raccolta firme, gli abbiamo chiesto di tornare ad argomentare le importanti motivazioni che la sostengono. Anch’esse hanno a che fare con il diritto alla conoscenza: la Commissione europea, infatti, «si rifiuta di pubblicare i contratti negoziati con le aziende farmaceutiche mentre i governi nazionali sono vincolati da clausole di confidenzialità». Purtroppo, scrive Botenga, «meccanismi di cooperazione internazionale, come CoVax, nati per garantire una distribuzione più equa del vaccino al livello mondiale, sono stati ampiamente sconfitti dal nazionalismo del vaccino». Per garantire a tutti i Paesi, anche ai più poveri, possibilità di avere i vaccini bisognerebbe sospendere i brevetti, come propongono India e Sudafrica. Il vaccino, sottolinea giustamente Botenga, dovrebbe essere un bene pubblico mondiale, liberamente accessibile a tutti. Anche in questa battaglia titanica giocano un ruolo fondamentale l’informazione e la divulgazione. La pandemia ha reso ben evidente quanto sia stretto il legame fra sapere e diritti. È una battaglia scientifica e culturale. Ma in Italia ricerca e cultura sono sempre state Cenerentole. La seconda lo è ancor di più oggi.

Tradendo il dettato costituzionale oggi in Italia il diritto alla cultura è ampiamente negato. Una politica miope la considera effimera, un lusso per tempi felici, non rendendosi conto che chiudendo biblioteche, archivi, musei ecc, senza pensare ad alternative, si blocca lo sviluppo del Paese, si pone un freno alla conoscenza e con essa alla possibilità  di elaborare una visione che ci permetta di uscire dalla crisi e guardare avanti. Le discipline umanistiche in questo non sono meno importanti di quelle scientifiche.

Nelle scorse settimane ci siamo occupati molto di scuola e di diritto allo studio che ha subito una gravissima lesione nel nostro Paese. Questa settimana aggiungiamo un altro importante tassello dando voce a archeologi, storici dell’arte, archivisti, ricercatori, artisti che chiedono di poter continuare a fare cultura e ricerca in sicurezza. ll Dpcm del 3 novembre ha imposto la chiusura di «mostre e servizi di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura (di cui all’articolo 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio)».

Come fa notare l’archeologa Maria Pia Guermandi nel suo intervento che apre la storia di copertina biblioteche e archivi sono stati liquidati in due parole, nemmeno nominati ma compresi nel mazzo degli «altri istituti e luoghi della cultura». Così ricercatori, dottorandi ecc. non possono portare avanti le proprie ricerche, non possono ottemperare agli obblighi di mandato e sfumano possibilità preziose di avanzamento del sapere come denunciano gli storici David Armando e Paolo Broggio con lo storico dell’arte Fulvio Cervini. Sappiamo bene purtroppo che questo duro colpo al mondo della cultura si assesta su un settore già indebolito da molti anni di politiche che lo hanno emarginato, anni di umiliazione delle competenze (pensiamo all’attacco durissimo che hanno subito presìdi fondamentali per la tutela come le soprintendenze) e di blocco del turn over. A tutto questo ora si aggiunge la grave denigrazione dei  dipendenti pubblici. E si aggiunge la disoccupazione di tanti giovani precari che lavoravano nel settore dei beni culturali con contratti a tempo determinato e di collaborazione, come ci ricorda qui l’archeologo e docente Manlio Lilli dando voce alle crescenti proteste.

I ristori non bastano, serve un piano, una visione, servono investimenti. Ma serve anche un cambio di paradigma e una classe politica colta che capisca che scuola, ricerca e cultura hanno un ruolo strategico per la ripartenza e che la cultura, il patrimonio storico artistico, l’università e la ricerca non sono ambiti separati. Serve una classe politica che capisca che l’accesso alla cultura è fondamentale per l’inclusione. Che studiare la storia serve anche a comprendere questo duro presente e trovare una via d’uscita… Che l’arte ci aiuta a immaginare un futuro migliore…

L’editoriale è tratto da Left del 27 novembre – 3 dicembre 2020

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