«Sogni e favole io fingo» cantava Pietro Metastasio, il più grande poeta del tempo, ma «non sol quelle ch’io canto e scrivo favole son, ma quanto temo o spero, tutto è menzogna, e delirando io vivo!». Vivo nella follia! Poi, conclude Metastasio: «Sogno della mia vita è il corso intero». Tutto è sogno, la realtà stessa è sogno e l’arte, in un’inversione fatale, rischia di essere l’unica realtà. La morale di Pietro Metastasio sembra essere molto vicina a quella Giovan Battista Tiepolo, suo contemporaneo.

«Un’arte ineffabile, indecifrabile, ambigua quella di Tiepolo, come l’espressione della sua meravigliosa S. Agata. Pare che vi si legga chiaramente il dolore della ferita fattale dal manigoldo misto con il piacere di vedersi con ciò aperto il Paradiso», scrive il suo amico Francesco Algarotti, gran conoscitore di pittura, della S. Agata di Padova. Ma ancor più vero è forse nel quadro di Berlino. Tiepolo, l’ultimo dei grandissimi pittori italiani in una sfilata di giganti che allinea Giotto, Masaccio, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, ma certo molto meno di costoro presente con la sua opera, forse al massimo con il suo nome, nella coscienza degli italiani di oggi. Forse perché mentre tutti questi sommi artisti restituirono un’idea completa della realtà, ci dettero cioè il loro giudizio sul mondo reale, Tiepolo, invece, trasfigurò la realtà in una favola.

Il Tiepolo, ha detto lo scrittore Giorgio Manganelli, non è solo un bugiardo, è un falsario, è l’inventore di un mondo coerente ma inabitabile, seducente ma irraggiungibile. Nel 1951 Roberto Longhi, il grande storico dell’arte, ha messo in scena un dialogo immaginario tra Caravaggio e Giovan Battista Tiepolo, separati da…

L’articolo prosegue su Left del 27 novembre – 3 dicembre 2020

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