Ha cominciato Cacciari, Boeri ne ha fatto una ragione di vita e alla fine è arrivato anche Prodi: i dipendenti pubblici sono i veri privilegiati del momento, perché possono contare su un reddito fisso e sicuro in un mondo improvvisamente sprofondato nell’incertezza. Questo argomento viene ripetuto come se fosse un fatto assodato e fa presa su milioni di persone, che da qualche mese o da sempre vivono all’insegna di una precarietà sempre più arida di possibilità. Non ha importanza che i cosiddetti garantiti vadano avanti da sempre con 1.300 euro al mese, né che si spaccino per vittime della crisi anche persone con patrimoni milionari. Viviamo in un’epoca storica del tutto incapace di pensare al passato e guardare al futuro, in cui il presente diventa l’unica dimensione dell’esistenza.

Il risultato è la dittatura dell’istantanea, per cui chi in questo momento ha un calo di reddito ha comunque diritto ad essere risarcito, a danno di chi magari tira la cinghia ogni giorno, ma ora non più del solito. Il famoso chef dovrebbe ricevere migliaia di euro in un click, mentre il professore in smart working dovrebbe avere la busta paga decurtata.
Il primo continuerà ad essere straricco e il secondo ad avere difficoltà a pagare il mutuo, ma poco importa. Ciò che conta è cogliere l’occasione per mortificare ancora una volta il lavoro dipendente, colpirne i diritti e marginalizzare il ruolo dello Stato. Dovrebbe essere chiaro a tutti quanto pericolosa sia questa operazione, che arriva persino a mettere in discussione il diritto di sciopero, scatenando un’aggressione mediatica senza precedenti contro i sindacati del pubblico impiego. Si lascia intendere infatti che in Italia siano spariti i ricchi e i poveri, lo sfruttamento, l’evasione fiscale, la disuguaglianza dei redditi.

Rimane solo la divisione fra garantiti e non garantiti, ovvero un racconto della crisi funzionale agli interessi di chi vuole che nulla cambi. Si costruisce un’alleanza artificiale fra precari, lavoratori in nero, disoccupati, partite Iva, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, fondata sull’ostilità per “quelli che il 27 non hanno problemi”.
Spariscono invece dalla scena i veri privilegiati, quelli che da decenni accumulano ricchezza mentre l’Italia arretra, che hanno redditi a sei zeri, che danno del tu al potere e non hanno né hanno mai avuto un problema nella vita. Quelli che non hanno grandi difficoltà a far passare la loro opinione sui media, perché i media li possiedono.

È un’operazione raffinata di occultamento, finalizzata ad evitare che si saldi una coalizione sociale opposta, quella degli espropriati, di chi avrebbe bisogno di più regole, più stabilità, più diritti.
L’unione di quelli che da molti anni perdono continuamente, e anche quando apparentemente vincono lo fanno al prezzo di sprofondare nell’illegalità, ma che ora percepiscono la fragilità estrema del sistema e la precarietà della loro posizione. Quelli a cui proporre uno Stato che torni a farsi fino in fondo garante di un diverso equilibrio sociale, in cui non si sia obbligati a scegliere il lavoro autonomo, il precariato sia bandito, aumenti il potere negoziale dei piccoli attori economici nei confronti di quelli grandi, si ponga un freno allo strapotere delle multinazionali, a nessuno sia negato quanto necessario a vivere con dignità.
In cui le tasse si paghino secondo le proprie possibilità e chi possieda grandi patrimoni contribuisca molto più di altri al benessere collettivo. Un’Italia molto diversa da quella di oggi, ma molto più simile ad un Paese in cui valga la pena vivere.

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L’autore: Giovanni Paglia è stato deputato della XVII legislatura ed è esponente di Sinistra italiana