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Da uomo di potere impegnato nel governo del popolo a Firenze ad autore del De Monarchia. «Una evoluzione ideologica impressionante», dice lo storico che al poeta della Divina Commedia ha dedicato il suo nuovo libro

Un uomo del suo tempo. Dante, il libro di Alessandro Barbero appena uscito per Laterza, ci restituisce con grande vividezza il periodo turbolento e di cambiamenti in cui Dante ha vissuto come protagonista. Non solo gigante della letteratura ma uomo medievale, cavaliere e soldato, politico impegnato nella Firenze guelfa e poi esiliato e costretto a cercare rifugio nelle corti dei signori.

Come ci spiega, professor Barbero, l’apparente contraddizione tra il politico impegnato nel governo popolare e l’autore del De Monarchia? Si tratta di un cambiamento di opinione profondo o dovuto alle circostanze? La nobiltà, di spirito e di sangue, resta nel pensiero di Dante una costante con cui si confronta, chi sarebbero oggi i “nobili” agli occhi di Dante?
Non c’è dubbio che Dante ha cambiato profondamente il suo modo di vedere la politica fra il periodo in cui era un uomo di potere nel comune guelfo e popolare di Firenze e quello in cui era un esiliato costretto a cercare ospitalità presso grandi corti signorili, anche ghibelline, e a sperare nella vittoria dell’imperatore Enrico VII. La contraddizione non è apparente, è reale. Quello che non sapremo mai è quanto sia stato sincero, prima e dopo, quanto abbia ammesso con se stesso di aver cambiato opinione, quanto un mutamento dovuto al disastro della sua carriera politica abbia prodotto in lui una trasformazione davvero profonda: queste sono domande a cui è impossibile rispondere, come faremmo a saperlo? Però possiamo dire senza dubbio che Dante fra il 1295 e il 1301 ha partecipato con ruoli di grande responsabilità al governo di popolo, è stato membro di consigli per i quali il criterio di ammissione era di essere plebei, e si è iscritto, anche se solo pro forma, a una corporazione di mestiere; mentre nei suoi scritti successivi all’esilio parla con disprezzo della gente che lavora, dichiara di volersi rivolgere solo ai nobili, usa con i suoi protettori il linguaggio della fedeltà e della sottomissione feudale, e finisce, nel Paradiso, per vantarsi della propria nobiltà di sangue; quanto alla legittimità dei governi comunali, nella Monarchia dichiara che non ne hanno nessuna, e non rappresentano nessuno: l’evoluzione ideologica è davvero impressionante!

Dante, il popolo e i Signori, un rapporto dialettico. Quando pensiamo al governo del popolo noi contemporanei pensiamo a un sistema democratico basato sulla rappresentanza e la partecipazione: cosa c’era di paragonabile nel governo del popolo a cui partecipa Dante e di cui nel libro si trovano tanti riferimenti documentati?
Anche se gli storici esitano a parlare di democrazia, per paura di cadere nell’anacronismo, in realtà il sistema aveva davvero dei tratti democratici: qualunque cittadino poteva partecipare e…


L’articolo prosegue su Left del 4-10 dicembre 2020

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