Piazza Fontana è l’abbrivio della stagione delle stragi conseguente a quanto stabilito nel convegno di Parco dei Principi a Roma del maggio 1965. In quella adunata di tre giorni, le destre – quelle scampate alla Resistenza, quelle infiltratesi nel tessuto democratico dopo la nascita della Repubblica, quelle che costituivano un corpo consistente nelle forze armate, nelle forze dell’ordine e di polizia, quelle miracolate da Togliatti, quelle che si rifacevano a piazza San Sepolcro (il luogo a Milano dove vennero fondati i Fasci di combattimento nel 1919 ndr), quelle che rimpiangevano il regime, e tutte quelle che, sotto mentite spoglie, avevano trovato spazio nei partiti dell’arco costituzionale (Dc in testa) e che si riconoscevano in un anticomunismo viscerale – si posero il problema del “che fare?” per contrastare l’ormai irresistibile avanzata delle sinistre. Una metastasi senza fine dopo l’entrata dei socialisti nell’esecutivo. Rotto, a sinistra, ogni argine, nulla poteva ostacolare la marcia del Partito comunista, ben più pericolosa di quella socialista. Un’ossessione – quella dell’anticomunismo – cresciuta anche sul fertile terreno di ampi strati della Democrazia cristiana, oltre che dei suoi alleati storici, primo fra tutti, il «partito americano» dei socialdemocratici. Partito che aveva il suo leader in Giuseppe Saragat che, da presidente della Repubblica, s’era lasciato sfuggire che «Se la situazione dovesse precipitare sono disposto a far scendere i carri armati per strada contro il pericolo comunista in Italia».
Un autentico, viscerale anticomunismo che faceva il paio con quella «tolleranza democratica», che nelle intenzioni dei padri nobili della nuova Italia repubblicana avrebbe dovuto fagocitare ogni pulsione centrifuga verso spinte eversive e sovversive, ma che finì invece col favorire la sopravvivenza del fascismo sotto più mentite spoglie oltre che con quelle orgogliosamente esibite con tanto di estetica e chincaglieria varia. Una «tolleranza» che permise ai tanti fascisti e neofascisti presenti sulla piazza, non solo di professare la loro indomita fede nera, ma di intercettare attraverso il voto quell’elettorato prigioniero di una mitologia fascista destinata a scavalcare perfino il millennio, col duce fautore di «cose buone». Una permanenza che avrebbe fatto proseliti, con nuovi cuori neri nati nel dopoguerra e suggestionati da narrazioni mistificatorie oltre che dal mito dell’azione per l’azione: tratto sostanziale del fascismo. Di questo lassismo istituzionale verso una sciagura sperimentata sulla propria pelle per un ventennio fece le spese la neonata Repubblica italiana. Nel segno quindi di un malinteso senso della democrazia, la nuova Italia vestitasi di Costituzione repubblicana consentì agli orfani del Pnf di riorganizzarsi e di agire alla luce del sole oltre che…


L’articolo prosegue su Left dell’11-17 dicembre 2020

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