Midazolam, vecuronio bromuro, cloruro di potassio. Poi più niente. No, non sono sostanze stupefacenti o i componenti di una qualche soluzione da scienziato in provetta: sono gli ingredienti che creano il cocktail letale con cui, ancora oggi, vengono portate a termine le esecuzioni capitali negli Stati Uniti d’America, la sedicente più grande “democrazia” del mondo. Prima il midazolam, 500 mg al posto dei 4 di un paziente chirurgico, un sedativo che dovrebbe ridurre al minimo la consapevolezza del condannato; poi il vecuronio bromuro, 100 mg invece di 8, rilassa e blocca i muscoli come il diaframma fermando la respirazione; infine, la terza iniezione a base di cloruro di potassio, che paralizza il cuore. Molto spesso i condannati muoiono dopo la seconda iniezione, ma se ciò non accade, tra la seconda e la terza somministrazione la persona – pur paralizzata senza poter mostrare alcun segno di sofferenza – prova fortissimi dolori e un generale senso di bruciore in tutto il corpo a causa della distruzione delle vene.

L’ultima esecuzione è avvenuta proprio giovedì notte, il 10 dicembre, in Indiana, alle 21.27 ora locale (le 3.27 italiane) in un penitenziario nella città di Terre Haute. Il condannato si chiamava Brandon Bernard. Era stato condannato nel 1999, appena adolescente, per aver partecipato ad un duplice omicidio ai danni di una coppia nel giugno dello stesso anno. Faceva parte di un gruppo di cinque giovanissimi accusati di aver rapinato le due vittime e di averle costrette a salire sul retro della loro macchina in Texas, prima di ucciderle. A fare fuoco era stato un complice diciannovenne di Bernard, Christopher Vialva – già giustiziato in settembre , ed era stata la settima condanna a morte da luglio -, mentre lo stesso Bernard aveva incendiato l’auto. Secondo gli avvocati della difesa, però, le due vittime erano probabilmente morte prima dell’incendio: Bernard avrebbe potuto essere condannato solo per distruzione di cadavere. La pubblica accusa ha sostenuto, invece, che una delle due vittime fosse ancora viva. Non è sfuggito al giogo della critica il fatto che Bernard fosse un uomo di colore, ragion per cui il suo caso è stato subito ricollegato alle proteste per le discriminazioni contro i neri che per tutto il 2020 hanno infiammato le piazze al grido di “Black lives matter”, opposto al “law and order” trumpiano, dopo l’uccisione di George Floyd.

«Mi dispiace, vorrei poter tornare indietro, ma non posso. Queste sono le uniche parole che posso dire che catturino del tutto ciò che provo ora e ciò che ho provato quel giorno», è stata l’ultima frase pronunciata dal 40enne, nei suoi ultimi minuti di vita. Il caso di Bernard è stato sotto l’attenzione di media, politici e celebrità per mesi, per gli innumerevoli tentativi di fermare l’esecuzione. La celebrity e attrice Kim Kardashian tra le personalità più attive per salvare l’uomo, ma anche la rappresentante alla camera Ayana Pressley, dem del Massachusetts. Alcuni avvocati del legal team difensivo avevano chiesto almeno di ritardare l’iniezione per l’ultima volta, di sole due settimane, ma la Corte suprema – in particolare i giudici Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan – ha respinto la richiesta, stabilendo arbitrariamente data e ora dell’esecuzione. Persino 5 dei 9 giudici ancora viventi che avevano condannato a morte Bernard nel 1999 si erano fatti avanti pubblicamente, dichiarando che, visti gli ultimi sviluppi che provavano un coinvolgimento marginale dell’allora 18enne nell’omicidio della coppia, non lo avrebbero più condannato a morte.

La stessa procuratrice che aveva proposto la condanna si era poi ricreduta sostenendo la commutazione della pena, con un editoriale sull’Indianapolis Star: «Avendo imparato così tanto dal 2000 a oggi sulla maturazione del cervello umano e avendo visto Bernard crescere e diventare un adulto umile e pieno di rimorsi assolutamente capace di vivere pacificamente in prigione, come possiamo sostenere che sia parte di quel piccolo gruppo di criminali che devono essere condannati a morte?».

Bernard era un detenuto modello, in carcere si è infatti dedicato a studiare e a lavorare come volontario a programmi di sensibilizzazione per tenere i giovani lontani dalle gang criminali. L’ergastolo sarebbe stata un’alternativa possibile. Ma negli Usa la pena di morte incontra ancora l’approvazione di una discreta fetta di cittadini. E basta andare a vedere i commenti sotto i tweet in cui proprio Kim Kardashian parlava dell’esecuzione, ahimè, per capirlo.

Sono ancora 28 gli Stati americani in cui la pena di morte è legale, ma un numero crescente di altri – in questo momento 22 -, stanno abolendo la misura, ultimo il Colorado il 26 febbraio 2020. Tuttavia, a quanto pare, nei suoi ultimi scampoli di attività l’amministrazione Trump ha deciso di invertire la rotta. Così il presidente uscente si è trasformato in un vero e proprio giustiziere.

Ci sono ancora tre esecuzioni programmate da qui al 20 gennaio, quando Biden prenderà il suo posto con l’obiettivo dichiarato di mettere fine alla pena di morte federale. Ieri, 11 dicembre, è toccato ad Alfred Bourgeois, colpevole di aver torturato e ucciso la propria figlia di 2 anni, mentre a gennaio saranno giustiziati Lisa Montgomery, che aveva ucciso una donna incinta per rubarle il feto; Cory Johnson, spacciatore, responsabile per il decesso di sette persone; Dustin John Higgs, condannato per aver rapito e ucciso tre donne, omicidi per cui poi è risultato innocente grazie all’ammissione del suo complice reo confesso Willis Haynes.

Trump lascerebbe dunque il suo primo mandato con 13 esecuzioni, il numero più alto dal 1896, quando Grover Cleveland fece giustiziare ben 14 persone. Un’epoca da cui gli Usa si stanno finalmente allontanando. Il clima sta infatti cambiando: nel novembre del 2019 un sondaggio ha rivelato che il 60% degli statunitensi è favorevole a sostituire le esecuzioni con l’ergastolo, una maggioranza non schiacciante ma significativa.

In più l’esecuzione delle condanne a morte è sempre stata sospesa durante la transizione di potere da una presidenza all’altra. È una delle tante regole non scritte – ma rispettata da 130 anni – che disciplinano la complicata realtà delle elezioni americane ma Trump non si smentisce nemmeno durante l’ultimo mese in cui sarà inquilino della Casa Bianca. Vista la ritrosia con cui il Presidente sta accettando – o meglio rifiutando – il risultato delle elezioni, è probabile che non voglia apparire indebolito. Il segretario alla Giustizia Barr afferma invece che solo il Congresso può abolire la pena di morte e che, di conseguenza, «finché c’è, va applicata».

Trump la scorsa estate ha ripreso le esecuzioni federali che erano ferme dal 2003, proprio nel pieno delle proteste razziali. Il suo atteggiamento “law and order” potrebbe servirgli in caso di una futura ricandidatura. E mette in difficoltà Biden. Il quale, va ricordato, nel 1994 aveva sponsorizzato il Crime bill – Violent crime control and law enforcement act -, che aggiungeva ben 60 reati alla lista di quelli che prevedono la pena di morte. Biden ha assicurato di voler bloccare le esecuzioni federali e sollecitare gli Stati a fare altrettanto andando anche contro un eventuale no del Congresso. Potrà utilizzare la grazia, prerogativa tra i poteri del Potus, per commutare in ergastolo le pene dei 53 condannati a morte rimasti, o almeno di quelli che sopravviveranno agli ultimi 40 giorni dell’amministrazione Trump.

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