La rivoluzione digitale ha permesso di conquistare nuovi lettori, ma ha anche fatto crollare un modello economico. A cui occorre trovare un’alternativa. Perché il ruolo delle riviste in Italia è ancora fondamentale: «Le voci giovani sono lì» dice lo scrittore e conduttore radiofonico e televisivo

Come è cambiato il ruolo delle riviste culturali dopo la rivoluzione digitale? Come e quanto ha inciso la pandemia su questo prezioso settore, creativo, colto, ma di nicchia? Come tutelare e valorizzare il lavoro di ricerca di storiche e nuove testate fuori dal coro, minacciate dalla potenza economica di un mainstream schiacciasassi? Sono alcune delle domande che abbiamo rivolto a Giorgio Zanchini, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo ma anche condirettore del Festival del giornalismo culturale. Da poco è uscito un suo nuovo libro, scritto con Giovanni Solimine, dal titolo Cultura orizzontale (Laterza), che offre un’indagine a tutto campo sul ruolo della cultura ai tempi del cosiddetto uno vale uno. Da qui siamo partiti per capire quali processi ha messo in moto questa lunga emergenza sanitaria. «La pandemia ci ha messo davanti agli occhi un fatto: la centralità assoluta del web. Da vent’anni a questa parte ormai internet ha cambiato l’offerta culturale. La pandemia ha accelerato ulteriormente questo processo. Ora, tutto si è acuito», nota il conduttore di Radio Anch’io e di Quante storie su Raitre.
«La domanda di fondo è quella che suggerisce Valdo Spini – osserva Zanchini – ovvero come far sopravvivere il ruolo di stimolo al dibattito pubblico che hanno avuto le riviste nel secondo dopoguerra. Allora sono state determinanti per l’avanzamento della riflessione collettiva dando vita a veri e propri laboratori interdisciplinari».

Il ruolo delle riviste culturali come fucine di idee e di dibattito è ancora vivo oggi?
La risposta è articolata. La rivoluzione digitale ha portato abbondanza di risorse. Nel dopoguerra erano scarse. La cultura, il dibattito, passavano dalle riviste, le classi dirigenti dialogavano anche attraverso quegli strumenti. Oggi abbiamo un eccesso di contenuti, per altro in larga parte gratuiti. La produzione è enorme, la dispersione lo è altrettanto e la nostra capacità di attenzione è limitata. Qui sul tavolo ho radunato un po’ di contributi, La testa altrove (Donzelli) di Enrico Campo e Otto secondi (Il Saggiatore) di Lisa Iotti, viaggio nell’era della distrazione, solo per citarne due.

Una lotta impari per le riviste culturali?
Devono competere in un territorio ampio e rischiano di rimanere schiacciate tra i social (il luogo più frequentato dai giovani) e la stampa mainstream che durante la crisi del Covid sono emersi come centrali, come del resto la tv. E sappiamo che in Italia ci sono pochi lettori. Si compete per…


L’intervista prosegue su Left dell’11-17 dicembre 2020

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