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«Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni» scriveva Dostoevskij. In Italia dunque è bassissimo. Trascuratezza, abbandono, violazione di diritti umani ancora segnano la condizione carceraria, come denuncia Rita Bernardini. Mentre scriviamo arriva la notizia che la leader radicale ha interrotto lo sciopero della fame «come atto di fiducia nei confronti del presidente Conte» fino al 22 dicembre data del loro incontro. Siamo sollevati perché eravamo preoccupati per la sua salute. Anche se, insieme a lei, ben sappiamo che sarà ancora lunga la lotta per umanizzare le carceri e per chiedere un maggior ricorso alle pene alternative ma anche provvedimenti di amnistia e di indulto.

La situazione è sotto gli occhi di tutti. Le carceri italiane stanno scoppiando. Il problema del sovraffollamento è annoso ed è rimasto irrisolto anche dopo la condanna da parte della Corte europea dei diritti umani. La pandemia ha reso le condizioni di vita nelle carceri ancor più drammatiche. Come documenta Bernardini in una lettera consegnata al presidente Mattarella di cui riportiamo stralci e che potete leggere integralmente sul sito del Partito radicale. Basti dire che il 30 novembre quando il tasso di positività al Covid-19 della popolazione italiana era dell’1,30%, quello della popolazione carceraria negli istituti sovraffollati era pari al doppio: 2,63%. La situazione è tre volte più grave oggi rispetto alla prima ondata, come scrive Alessio Scandurra della associazione Antigone che su Left traccia un quadro comparativo fra quel che succede nelle carceri italiane e quel che accade in quelle del resto di Europa.

Le tensioni generate dalle necessarie restrizioni e dalla paura dei contagi sono state enormi, e nel nostro Paese hanno causato numerose rivolte che sono costate la vita a ben 14 detenuti. Perché si è arrivati a tutto questo? Il governo socialista portoghese ha adottato una misura straordinaria di amnistia, perché non avviare questo percorso anche in Italia? «A partire dall’articolo 79 della Costituzione le condizioni si potrebbero creare» propone Bernardini intervista per Left da Valentina Angela Stella. E fin da adesso perché non procedere per la strada che prevede la possibilità di un maggiore accesso a pene alternative? Molti studi e ricerche internazionali mostrano ormai che il grado di recidiva è estremamente più basso quando non si sconta la pena restando in quel luogo dei «sepolti vivi» che è il carcere (per dirla con un’espressione di Turati). Condizione tanto più inaccettabile se si pensa che in Italia ci sono ben 34 bambini costretti a vivere in stato di detenzione per poter stare con le proprie madri come scrive qui Susanna Marietti di Antigone.

Il diritto all’affettività in carcere oggi appare del tutto negato. Così come, nonostante l’impegno e la professionalità di operatori, psichiatri e psicoterapeuti, la salute mentale in carcere resta una questione aperta, delicatissima e urgente, alla quale la politica e le istituzioni non possono restare sorde. L’inchiesta di Carmine Gazzanni ci rivela un quadro drammatico. Nei primi 11 mesi del 2020 55 detenuti si sono tolti la vita; alcuni di loro erano giovanissimi. Per capire come stanno davvero le cose, al di là dei titoli di cronaca, abbiamo chiesto a tre psichiatri che lavorano in carcere di aiutarci a capire. A partire dall’importante approfondimento di Claudia Dario, Alessio Giampà e Francesca Padrevecchi, che pubblichiamo in questo sfoglio di copertina, abbiamo interrogato la politica, intervistando Andrea Orlando, che di questi temi si era molto occupato quando era ministro della Giustizia. Autore di una riforma che, purtroppo, è rimasta incompiuta nel 2018, Orlando invita indirettamente a riflettere sui danni che hanno prodotto in Italia forze politiche e media che propongono soluzioni “facili” di populismo penale.

A questo proposito a dir poco sconcertante ci appare il risultato di un’indagine Censis che ci parla di un 43,7 per cento di italiani favorevoli alla pena di morte; percentuale che è ancora più alta fra i giovani. Ci appare come il frutto perverso di una più ampia e inaccettabile idea di pena come vendetta, come carcere a vita, per cancellare chi è stato condannato dalla vista, buttando via le chiavi. Idea che oltre ad essere inumana è incostituzionale. La nostra Carta parla di recupero della persona. L’obiettivo è la reintegrazione nella società di chi è stato condannato per aver commesso un reato. La Costituzione non contiene una antropologia negativa, un’idea di colpa come peccato originario che condanna all’immutabilità, come ha detto la costituzionalista Gabriella Millea al recente convegno “La Furia di Aiace” a cui abbiamo partecipato. Proprio in quel contesto, aprendo i lavori lo psichiatra Andrea Masini ci ha ricordato la provocazione avanzata anni fa dallo psichiatra Massimo Fagioli: abolire il carcere. Quella sua proposizione spiazzante e avanguardistica lanciata nel 2006 dalle pagine di Left suscitò un forte dibattito e aprì un interessante dialogo con Manconi e Boraschi sulle colonne de l’Unità. In questa storia di copertina Luigi Manconi torna a parlare di questa ipotesi «niente affatto utopica» ma dettata da fatti di realtà a cui nel 2015 ha dedicato un libro che oggi, insieme al suo nuovo Per il tuo bene ti mozzerò la testa (Einaudi) scritto con Federica Graziani, appare più attuale che mai.


L’intervista prosegue su Left dell’18-24 dicembre 2020

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