Cos’è una profezia? Una voce inascoltata? Un testo, scritto o meno, che si verificherà in futuro? E se non succede, ovvero, per tutto il tempo in cui non si sarà verificato, siamo autorizzati a chiamarlo bugia? Una semplice menzogna in progress, magari, oppure una fandonia possibile?
Per definire tutte queste aporie al meglio, c’è bisogno di chiamare in causa e di mettere in discussione l’idea del possibile, e può giovare partire dal suo potenziale opposto, vale a dire l’impossibile. Cos’è allora l’impossibile? Qualcosa che non si può fare, e che non può accadere, o qualcosa che non s’è ancora fatto e che non è ancora accaduto? Sappiamo bene che nella storia della scienza, intesa qui come storia del sapere, tante cose erano reputate impossibili fino al momento della loro realizzazione; il che farebbe pensare che valga la pena indagare in termini profetici, e al netto dei ragionamenti matematici, le visioni cosmologiche di Bruno, ad esempio, o anche le intuizioni di Einstein.

E la letteratura? Può mai essere profetica in uno qualunque dei sensi sopra esposti? Menzognera lo è di sicuro, ce lo insegna Manganelli, e il profetismo messianico nei testi letterari (sempre che nel loro insieme siamo disposti a inserire anche quelli considerati “sacri” da alcune culture), è presente da sempre. Prendiamo le sortes, il metodo divinatorio utilizzato dai romani. Veniva applicato anche a Omero, ma sono certamente più famose le sortes vergilianae, un tipo di bibliomanzia grazie alla quale si leggevano predizioni del futuro nell’interpretazione di passaggi dell’opera di Virgilio.

E nella modernità? In uno dei libri sicuramente più profetici e al contempo più menzogneri di sempre – e per questo più affidabili (non siamo, infatti, che una risposta nel vento, mai udita del tutto, sibilata, e dunque sibillina…), il Finnegans Wake di James Joyce – un libro dei numeri – incontriamo, a pagina 282, riga 12 delle annotazioni di destra, le «sortes virginianae», invenzione divinatoria in cui Joyce probabilmente si fa beffe all’unisono di presunte vergini vestali, e anche di una tra le sue maggiori hater del tempo, Virginia Woolf.
Ora, il Finnegans è un libro che nega la propria fine sin dal titolo (fin +negans), un’opera che niente, è stato detto, potrà mai rendere meno oscura, perché l’oscurità abita la sua ombra profonda. Eppure, da questo abisso, se oggi volessimo trarre un qualche sapere anche in termini di predizione, saremmo facilmente – si fa per dire – accontentati. Questo perché parte da…

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Illustrazioni di Vittorio Giacopini


L’articolo prosegue su Left dell’18-22 dicembre 2020

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