Tuttora, la figura di Tazio Nuvolari incarna l’icona di più riscatti. Quello di un Paese che nei decenni delle sue imprese passa dalla condizione rurale a quella industriale; ma pure quello di un popolo capace di primeggiare in Europa e nel mondo grazie alla tenacia, il talento. Un’immagine, quella del “Mantovano volante” che travalica le epoche con immutata forza da quando bastava scrivere «Tazio, Italia», «Nuvolari, Italia», o – più compiutamente – «Tazio Nuvolari, Italia» per fargli arrivare un biglietto, una cartolina dal più sperduto paesino sull’Appennino, ma pure da ogni angolo del mondo. Una popolarità che – pare – disturbasse chi, saldamente in sella alla nazione, «uomo solo al comando», pretendeva la supremazia della popolarità italica. «Il duce lavora fino a notte fonda».

Bastava lasciare le luci accese per alimentare una delle tante – fasulle – leggende. Ma si sa, “al cuor non si comanda”, e il cuore di quel “Mantovano volante” aveva conquistato quelli di tutti, da New York a Tokyo. L’eco delle sue imprese – che tali furono tante corse cui partecipò – echeggiava di radio in radio, e di giornale in giornale si versavano fiumi d’inchiostro, col risultato d’ingigantire oltremodo nell’immaginario collettivo le stesse fattezze di quell’omino tutto ossa e nervi che non arrivava ai sessanta chili e non superava il metro e sessantacinque. Come non bastassero le cronache trionfalistiche dei suoi successi, si raccontavano episodi a margine delle piste, che ne moltiplicavano la fama. E se si restava a corto, se ne inventavano di nuovi, ché tanto Tazio era capace di tutto. Non aveva forse partecipato a una gara di moto con una gamba ingessata? E non era rimasto senza volante rimediando con una chiave inglese come razza di fortuna? E allora! Allora, qualsiasi fatto sarebbe stato verosimile e perfino meno clamoroso di quelli di cui era capace quel diavolo d’un mantovano. Un diavolo dal cuore d’oro, però.

Quella notizia arrivata dall’America pareva inventata di sana pianta, dai! Giusto per far vendere un bel po’ di copie in più ai giornali. Un’americanata, appunto. E invece no. Era vera. Verissima. Insomma, era successo che Tazio – su pressante invito degli organizzatori della Coppa Vanderbilt – fosse andato fino in America per partecipare a quella che nel 1936 era una competizione ancora ben più prestigiosa della 500 Miglia di Indianapolis. Subito dopo il via, aveva salutato la bella compagnia per farsi rivedere solo al traguardo, da vincitore, ovviamente. Piccolo com’era lui, grande com’era la coppa, fu un attimo, e qualcuno l’infilò di sana pianta in quel trofeo. Un trofeo nel trofeo, giusto per mandare in visibilio quegli americani notoriamente amanti del sensazionale. Mentre gli spettatori si sbracciavano dalle tribune, con i…


L’articolo prosegue su Left dell’18-24 dicembre 2020

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Commenti

commenti