Recentemente il sindaco di Firenze (autorevole esponente del Pd) e l’intera giunta fiorentina hanno sporto querela contro il critico d’arte Tomaso Montanari per danno d’immagine. Questa la frase “incriminata”: «Firenze è una città in svendita. È una città all’incanto, è una città che se la piglia chi offre di più, e gli amministratori di Firenze sono al servizio di questi capitali stranieri». Una semplice valutazione – largamente condivisa dalla Camera del Lavoro di Firenze e dalla Cgil Toscana – del peso della rendita immobiliare nell’orientare le scelte della politica cittadina espressa da Montanari durante una puntata di Report, che ha provocato non una risposta di merito, ma un atto dall’evidente valore intimidatorio.

Una scelta inquietante oltre che grave, che nega alla radice non solo il concetto di libertà d’espressione ma l’idea stessa che la società non sia una dimensione totalitaria e totalizzante, ma un corpo vivo attraversato da faglie e contraddizioni costituzionalmente garantite e valorizzate. Questo è il punto dirimente, oltre alla constatazione di come a seguito dell’elezione diretta le giunte comunali vadano sempre più configurandosi come staff del Sindaco, prive di ogni rilevante dialettica al proprio interno.

Lavoro, salario, profitto, rendita (immobiliare e finanziaria) sono elementi connaturati e conflittuali delle società moderne, riconosciuti dalle Costituzioni pluriclasse successive alla Seconda guerra mondiale. Capitale e Lavoro, in ultima istanza ed a partire dai luoghi della produzione di valore. Un atto, quello della querela, è spia di una concezione che nega un punto di vista autonomo del Lavoro nei confronti delle politiche degli enti locali e del governo nazionale. Nega l’esistenza di interessi delle persone in carne ed ossa che vivono (spesso provano a sopravvivere) del proprio lavoro diversi dagli interessi della rendita. Osteggia città fatte per chi ci vive, ci studia e ci lavora a fronte di città piegate dal turismo smodato, da affitti brevi tramite piattaforme, costellate di vetrine per operazioni immobiliari di fondi di investimento, studentati di lusso per ricchi e forse annoiati rampolli delle borghesie internazionali.

Una concezione, purtroppo, che affonda le proprie radici nella sconfitta del Lavoro come punto di vista (e pratiche) autonomo e separato proprio nei luoghi di lavoro. Una concezione che nega al lavoro vivo il ruolo di produttore di valore. Che cos’era quell’articolo 18 definitivamente tolto dal Jobs act di Matteo Renzi se non la riaffermazione del comando unilaterale dell’impresa nei luoghi di lavoro? Anzi, l’impresa come cellula fondativa della società non turbata da interne strutturali contraddizioni. Un articolo 18 assolutamente ad oggi non ripristinato ed uscito dallo stesso dibattito politico.

La querela del sindaco di Firenze è la manifestazione fenomenica non solo di una concezione proprietaria (centrata sul primato della proprietà) della cosa pubblica, ma di un sansimonismo di destra, un produttivismo organicistico che era alla base alla società dei Fasci e delle Corporazioni, dove il conflitto ed i diversi punti di vista ed interessi erano considerati innaturali, immorali, dannosi, eversivi ed antipatriottici: non da considerare come espressione politica ma come campo di pertinenza delle forze dell’ordine e dell’ordine pubblico.

Non solo: il gruppo dirigente di Toscana Aeroporti, in seguito ad una delibera votata dal Consiglio comunale di Pisa (maggioranza di centrodestra) pressoché all’unanimità dove veniva ribadito che lo scalo pisano non poteva essere penalizzato nei confronti di quello fiorentino di Peretola, ha dichiarato pubblicamente di interrompere i rapporti “diplomatici” con l’Amministrazione pisana. L’ironia è fin troppo facile, ma qual è l’idea sottesa a siffatta grottesca manifestazione? Siamo ben oltre il tema della postdemocrazia: si considera un organismo democraticamente eletto come subordinato ad una società privata (dove tra le altre dovrebbero rimanere tracce di proprietà pubblica nonché profili di pubblica utilità).

Siamo alla fine della democrazia rappresentativa, corroborata dalla pretesa che gli interessi dell’impresa – in questo caso una società che gestisce gli aeroporti di Pisa e di Firenze – rappresentino, sempre e comunque, il bene dell’intera società. Detto senza pudore e senso del ridicolo, con probabilmente una sincera sorpresa, scritto sulla stampa e ribadito. Non legittimi punti di vista alternativi, votati a larghissima maggioranza, espressione di un organismo votato dai cittadini, ma atti da non riconoscere negando la stessa legittimità alla politica di decidere sulle linee di sviluppo e sugli interessi generali.

E questo è l’altro aspetto che non viene sufficientemente evidenziato: la fine della Politica stessa, dichiarata in maniera stupefatta da chi ormai pensa – o a cui forse è stato fatto credere e dato rassicurazioni al proposito – che l’unico ruolo delle pubbliche istituzioni sia quello di sgombrare il terreno da lacci e lacciuoli a favore degli interessi privati. Le cose si tengono e si rinforzano vicendevolmente: attacco alla Costituzione ed al ruolo del Parlamento, negazione di interessi e punti di vista che non siano quelli della proprietà e della rendita, fine della Politica e delle istanze socialmente determinate delle classi popolari e del Lavoro, espunte dal novero della legittimità politico-istituzionale e consegnate all’ordine pubblico ed alla categoria dell’invidia sociale.

Di spirito di scissione c’è urgente bisogno, quello spirito che Gramsci riprendeva da Sorel: di riaffermazione dell’essere di parte per pensare il tutto. Di attivazione, mobilitazioni e scioperi. Ché quel che manca è proprio questo, al netto di querele e di ritiro degli ambasciatori. Per il Lavoro e per la Democrazia.

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