La Francia restituirà a Benin e Senegal alcuni manufatti sottratti in epoca coloniale. È un primo passo, dice il critico d’arte camerunense, ma «senza un serio lavoro di riflessione e memoria in Africa» rischia di essere solo «esibizionismo occidentale»

«Restituzioni temporanee o definitive del patrimonio africano in Africa». Di questo parlò Emmanuel Macron il 28 novembre 2017 a Ouagadougou, in un discorso che fece grande scalpore tra i Paesi europei colonizzatori e aprì il dibattito sulle restituzione delle opere artistiche e dei manufatti depredati al continente africano. In Belgio, in Germania, nei Paesi Bassi sono fiorite le riflessioni su come realizzare il ritorno del patrimonio in Africa. Dopo l’annuncio, nel 2018 la filosofa Bénédicte Savoy e l’economista Felwine Sarr hanno redatto un rapporto sulle possibili modalità di resa delle opere africane, su richiesta del governo.

Dopo la convocazione di una Commissione mista paritetica che ha recepito le richieste dei due rami del Parlamento, il disegno di legge per la restituzione di una sciabola al Senegal – attribuita a El Hadji Omar Tall, condottiero e religioso dell’Africa occidentale del XIX secolo – e di 26 manufatti al Benin è stato approvato definitivamente dall’Assemblea nazionale (la Camera bassa) il 17 dicembre. Ma quasi nulla di concreto è stato ancora fatto in termini di restituzione. Inoltre, i Paesi africani sembrano svolgere un ruolo minore in tutta questa vicenda, nella quale dovrebbero essere invece i protagonisti. Ne parliamo con Simon Njami, scrittore, curatore e critico d’arte camerunese, co-fondatore della rivista di arte contemporanea africana Revue Noire e direttore artistico per molti anni della biennale di fotografia di Bamako.

La restituzione del patrimonio artistico-culturale africano si basa su una reale volontà di giustizia o segue solo interessi diplomatici?
È una forma di auto-promozione, per mostrare un’apertura mentale. In realtà, nei depositi dei musei francesi ci sono migliaia di manufatti sottratti in Africa. La Francia ne può rendere una parte e dire di aver compiuto un gesto fantastico, ma non sappiamo in realtà quanto si continua a tenere. L’operazione che compie il governo francese serve per dare l’apparenza di aver rotto col proprio passato coloniale.

Il possesso di opere africane da parte dei Paesi europei è il riflesso di un processo di decolonizzazione incompiuto?
No, non penso che rappresenti il prosieguo in altre forme della dominazione coloniale. Il possesso di questo patrimonio riflette la colonizzazione passata. Inoltre, al Louvre ad esempio ci sono anche opere d’arte italiane: c’è un sistema di dominazione più generale in questo ambito. Bisogna poi dire che…


L’articolo prosegue su Left del 23 dicembre 2020 – 7 gennaio 2021

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