Ed ecco che, se si parla di favole moderne, non si può che iniziare dalla storia del burattino più conosciuta al mondo.
La favola di Pinocchio prende vita dalla penna o se vogliamo dal calamaio di Carlo Lorenzini; lo pseudonimo, che lo rese famoso a noi tutti (anche se ne usò diversi altri), è Carlo Collodi, nome del paese della madre. La Storia di un burattino nasce a puntate fin dal primo numero del Giornale per bambini fondato a Roma da Ferdinando Martini, che porta la data del 7 luglio 1881.
L’ultimo appuntamento con il racconto terminava con l’impiccagione di Pinocchio; furono i giovani lettori a protestare per avere un seguito diverso. Così Collodi continuò a scrivere la Storia – andata avanti per circa due anni – e, finita e raccolta in un volume, nel 1883 ebbe il titolo nuovo di Le avventure di Pinocchio. Quasi certamente l’autore non immaginava che la favola avrebbe viaggiato per il mondo con continue ristampe, edizioni e traduzioni in tutte le lingue oltre che con interpretazioni teatrali e cinematografiche. Nonostante alcuni elementi chiave rimangano immutati rispetto alla favola tradizionale, quello del burattino è sicuramente un racconto che spezza con il passato e la tradizione e si proietta nel futuro. Ed è per questo che la letteratura d’avanguardia del secolo trascorso, fatta di sperimentazioni e rotture, ne rimase da subito affascinata e piena di interesse nello studiarlo.

La novità assoluta fu quella di scegliere come protagonista non un re o un ragazzino “per bene”, ma un pezzo di legno. Cambiava tutto, nasceva una favola diversa.
Vivace e ludica, distante dal romanticismo poetico, dal grottesco delle storie del ’600 e dal gotico fatto di torri e castelli magici, la favola descrive una Toscana artigiana, contadina e popolare. Sulla scena del racconto non si incontrano mai orchi, streghe, draghi, i personaggi classici delle novelle e delle favole tradizionali. Si descrive la realtà dell’Italia di fine ’800 pur rimanendo vicini ad immagini di fantasia.
Lo scrittore si distacca dalle regole ed espressioni di un pensiero borghese. La modernità del racconto del Lorenzini, infatti, sta nel sottolineare la realtà di una società repressiva – che ci presenta con satira, attraverso la favola – in cui vige una classe dominante insieme a un processo del lavoro alienante. Si conviene che Pinocchio, oltre che una fiaba per ragazzi, sia in effetti un’allegoria della società moderna. Si può leggere in chiave realistica, come la storia di un ragazzo povero della provincia italiana dell’Ottocento.

Il libro è ambientato non per caso nella Toscana contadina dopo l’Unità d’Italia e testimonia quella opera di sensibilizzazione scolastica a cui Lorenzini partecipò con i suoi stessi lavori promuovendo nuove letture per i più piccoli. I personaggi sono tutti poveri, gente buona, rassegnati alla propria condizione, dai valori semplici della frugalità e dell’onestà, abituati a subire le ingiustizie dei potenti.
Ancora oggi ci si può chiedere quale sia il posto che spetta a Collodi nel complesso itinerario della cultura moderna, e come il romanzo si colloca rispetto alle indagini ottocentesche sull’infanzia e all’elaborazione di teorie pedagogiche avvenuta nel corso del Novecento.

Franco Cambi, professore di pedagogia, studia e spiega come in Collodi vi sia una precisa «immagine dell’infanzia» che si distacca sempre più sensibilmente dalle tematizzazioni ottocentesche per proiettarsi, con sottile preveggenza, verso alcune dimensioni delle teorie legate alle prime fasi della fanciullezza ed elaborate nel Novecento toccando quei temi-base che saranno sviluppati non solo sul testo letterario, ma anche su tesi antropologiche, soprattutto, con una maggiore ricerca, nella seconda metà del secolo scorso.
Questa del burattino è un’opera apparentemente molto semplice, anche se ha vari percorsi interpretativi e piani di lettura. Così come, già dal titolo del critico e letterario e scrittore Giorgio Manganelli ci viene presentato: Pinocchio: un libro parallelo.

Manganelli ci mette davanti a tutte le possibili interpretazioni simboliche e allegoriche della storia del burattino, come fosse una caccia al tesoro, un libro nel libro. Una lettura fatta di sequenze dopo sequenze che, come lui stesso dice, non dovremmo essere frettolosi nel leggere poiché nascondono gesti, silenzi, parole da cui possiamo capire molto altro, oltre alla costruzione della favola.
Collodi, prima di far nascere il suo capolavoro, lavorava da tempo per alcune testate giornalistiche dell’epoca occupandosi di argomenti artistici, teatrali e letterari e anche in chiave umoristica, e come dice il giornalista e critico letterario Renato Bertacchini in molte delle sue ricerche sulla figura di Pinocchio e del suo autore, di Collodi bisogna «aver presente il suo non conformismo scolastico». Lo scrittore venne invitato nel 1875 dall’editore Paggi a tradurre le fiabe francesi più conosciute: il risultato di questo lavoro è la pubblicazione l’anno seguente de I racconti delle fate con le belle illustrazioni di quello che sarà uno degli amici più intimi del Collodi, nonché affezionato collaboratore: Enrico Mazzanti.

Per Collodi, il lavoro che svolse per il giornale di Paggi, su cui firmò diversi articoli, è una ricerca sulla realtà che lo circonda, sulla cultura che attraversa, è una scrittura concreta fatta di visione di immagini; diventa quindi il percorso adatto a capire il metodo e l’interpretazione che fanno nascere tutti i personaggi dei suoi racconti dove, tra teatralità, percorsi geografici e archetipi, farà muovere la più moderna favola d’autore ad oggi scritta.
È molto probabile che Carlo Lorenzini si sia ispirato alle novelle popolari che aveva sentito raccontare fin da bambino. Il pedagogista Luigi Volpicelli ricorda le analogie con le storie raccolte dallo studioso del folklore Gherardo Nerucci, e in particolare con la novella montalese intitolata “Pipetta bugiardo”, «il cui protagonista ha tante somiglianze morali con Pinocchio. Come lui bugiardo, scapestrato, ghiottone e tuttavia, ancora come lui, di buona pasta umana e di buon cuore». E anche considerando le Novelle popolari toscane del Pitré le somiglianze sembrano tantissime.

L’autore fa una dedica alla Commedia moderna, alla Commedia dell’arte. Pinocchio è un burattino, così come sono burattini i protagonisti del teatro, ed il teatro dei burattini è un luogo frequentato dallo scrittore, ma il teatro, anzi, «il Gran teatro» è anche il luogo importante dove Pinocchio scopre il suo coraggio e la sua sensibilità, che lo stesso Mangiafoco gli riconosce.
Volpicelli dice: «Ne è venuta fuori, così, una creatura proverbiale e fiabesca, eppure realissima, un nuovo personaggio della commedia dell’arte, nelle cui maschere il nostro Paese espresse e raddensò la sua saggezza e la sua filosofia della vita». Prima di chiamarsi Pinocchio, e divertire i monelli di tutto il mondo, ha scritto una volta per tutte Paul Hazard – primo iniziatore della critica su Pinocchio – il nome del nostro burattino fu Arlecchino, Pulcinella, Stenterello.

Sono infatti gli stessi burattini, durante la rappresentazione in teatro a riconoscere Pinocchio, chiamandolo addirittura per nome. Anche lui, come loro, è personaggio popolare: «Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che destò una mezza rivoluzione».
Uno di noi, «un nostro fratello», urlò Arlecchino che all’improvviso smise di recitare richiamando l’attenzione dell’intera sala. Come se a Pinocchio, oltre a riconoscergli le fattezze, gli si chieda con entusiasmo una complicità, una salvezza, «Pinocchio tu che sei uguale a noi ma diverso».
«Pinocchio vieni quassù da me! – grida Arlecchino – Vieni a gettarti tra le braccia dei tuoi fratelli di legno!».
E Pinocchio accetta subito l’invito, «spicca un salto» e dalla platea arriva fino ai posti distinti, saltando ancora «monta sulla testa del direttore di orchestra» e poi «schizza sul palcoscenico», poiché Pinocchio, come l’autore e il lettore, è attore e spettatore di questa storia.

Il protagonista rappresenta quello che può essere interpretato anche come un cambiamento culturale: si può decidere di non essere più marionette o burattini ed avere un proprio pensiero. Ed è l’immagine femminile, rappresentata della fata, ad aiutarlo a prendere coraggio. Rappresentato come marionetta di legno, soggiace alle leggi della natura, difatti si brucia i piedi, eppure pensa e agisce come un ragazzo, non legnosamente da burattino, si rende ben conto di ciò che è accaduto ed è lì che Geppetto – poiché Pinocchio nasce “orfano”, per quella magia che è la vita stessa – ha la possibilità di diventargli padre, facendogli nuovamente due gambe. Il falegname si commuove nel vedere il suo Pinocchio in quello stato, incapace di alzarsi e camminare, prende dunque gli arnesi del lavoro… E Geppetto gli rifà due piedi con due pezzetti di legno stagionato e glieli fa da «artista di genio».

Qui c’è qualcosa di strano – coglie Manganelli nel suo libro – ma che forse deve restare tale. Da questo momento Pinocchio è discontinuo a se stesso. Non è più tutto e solamente quel «pezzo di legno da catasta». Ha perso i piedi, protagonisti del suo primo espediente di fuga, i suoi piedi «materni»; ora dal padre ha in dono dei piedi, come che siano diversi. E, si precisa, «svelti, asciutti e nervosi» e infatti da artista. I nuovi piedi, una sorta di innesto, sembra abbiano qualcosa di singolare; e che il «genio» di Geppetto si provi in cosa tanto umile, vuol forse dire che quei piedi sono un capolavoro allusivo, un dono «d’autore». Si allude quindi che, «d’autore» sia l’intera storia, e Collodi, come mastro Geppetto, diventa padre di un libro che fa crescere generazioni intere. Le gambe rappresentano appunto il cammino, il viaggio; la possibilità di andare verso delle novità, ed infatti Lorenzini si incammina lui stesso, in veste sia di padre che di figlio, a scardinar una letteratura per ragazzi fatta fino a quel momento per dare consigli e velati rimproveri. Pinocchio supera le prove come un eroe, diventa umano, ora può veramente camminare per quella «fuga» che è la storia stessa del protagonista. Qui, con Pinocchio, si corre con nuove gambe. Tra paure e gioie, verso un’avventura fantastica!

L’articolo di Ilaria Capanna è stato pubblicato su Left
del 20 marzo 2020

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