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Non vogliamo che cali il silenzio sulla vicenda dell’attivista e citizen journalist condannata a 4 anni di carcere per aver documentato tramite video e testimonianze dirette le prime settimane della crisi pandemica di Wuhan

In prigione per «aver provocato litigi e problemi» dopo aver documentato attraverso i suoi video e le testimonianze orali raccolte a Wuhan le prime settimane della pandemia da Covid-19. In prigione per i prossimi 4 anni. È questa la sentenza per la blogger cinese ed ex avvocato Zhang Zhan emessa da un tribunale di Shanghai, in Cina. Zhang Zhan è accusata inoltre di aver «diffuso false informazioni» sull’emergenza sanitaria prima sulla piattaforma social cinese WeChat e poi, quando il suo account è stato eliminato, su Twitter e Youtube che non sono accessibili legalmente dalla Cina.

Tutto questo è accaduto negli ultimi giorni del 2020 proprio nel momento in cui l’Unione europea e la Cina hanno chiuso lo storico accordo sugli investimenti e scambi commerciali (valore stimato: 560 miliardi), dopo sette anni di negoziati tormentati, più volte arenati su questioni delicate come i diritti umani. Già, i diritti umani. Tenendoli come punto di riferimento, la cronologia degli ultimi 3 giorni di dicembre è molto interessante. Il 28 dicembre Zhang Zhan è stata condannata, il 29 dicembre l’Unione europea, tramite le parole di Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ne ha chiesto l’immediato rilascio insieme ad altri attivisti e avvocati dei diritti umani detenuti in Cina, tra cui Li Yuhan, Huang Qi, Ge Jueping, Qin Yongmin, Gao Zhisheng, Ilham Tohti, Tashi Wangchuk, Wu Gan, Liu Feiyue. Il 30 dicembre la stessa Unione europea ha siglato gli accordi con Pechino. Che cosa può essere successo tra il 29 e il 30? Bruxelles ha improvvisamente voltato le spalle al diritto di espressione e di cronaca della citizen journalist e degli altri attivisti? Oppure Pechino ha “promesso” qualcosa in loro favore? Sarebbe questa una vera svolta considerando che Zhang Zhan era già nota alle autorità cinesi – e nel mondo – appunto come attivista per i diritti umani. Va ricordato infatti che era già stata arrestata nel 2019 per il suo supporto e le testimonianze pubblicate durante le proteste di Hong Kong.

Qualunque sia la risposta, per mantenere viva l’attenzione sul suo caso ricostruiamo la vicenda.

All’inizio di febbraio del 2020 Zhang Zhan aveva deciso di recarsi a Wuhan per documentare di persona cosa stesse accadendo nell’epicentro della misteriosa polmonite virale che aveva costretto il governo centrale a isolare un’intera città di 11 milioni di abitanti.

Così come aveva fatto il giovane oculista Li Wenliang poche settimane prima di lei – che aveva dato per primo l’allarme sulla diffusione del coronavirus, ma non era stato ascoltato dalle autorità e anzi era stato iscritto nel registro degli indagati e messo in guardia dal diffondere «interpretazioni false» – i video incriminati di Zhang Zhan documentavano una situazione d’emergenza molto più grave rispetto alla narrazione ufficiale del governo. Mentre i media nazionali cercavano di minimizzare la pericolosità del Sars-Cov-2 ed elogiavano la gestione di Pechino, Zhang Zhan filmava i corridoi degli ospedali pieni di letti e barelle, e i crematori locali saturi, incapace di conteggiare i morti. Nei suoi video aveva anche raccolto con difficoltà alcune rimostranze dei familiari delle vittime nei confronti delle autorità e denunciava inoltre la scomparsa di altri reporter indipendenti recatisi a Wuhan con il suo stesso intento: Li Zehua, Chen Qiushi e Fang Bin.

Finché il 14 maggio 2020 non è svanita nel nulla anche lei. Secondo la Chinese Human Rights Defenders, organizzazione non governativa per la difesa dei diritti umani in Cina, la giornalista sarebbe stata portata a Shanghai e incarcerata immediatamente. Ma le accuse ufficiali sono arrivate solo mesi dopo, a settembre. Zhang Zhan si è dichiarata innocente, ha respinto l’accusa di aver fabbricato notizie false e per protesta contro la censura del governo cinese ha iniziato lo sciopero della fame.

Uno dei suoi avvocati, Zhang Keke, ha ottenuto due colloqui con la giovane assistita a novembre e dicembre e si è dichiarato seriamente preoccupato per il suo stato di salute mentale e fisico. L’aveva trovata debole, magrissima, psicologicamente esausta. Keke ha scoperto inoltre che la giornalista veniva costretta all’alimentazione forzata tramite sondino naso-gastrico e legata per evitare che lo rimuovesse.

Il 28 dicembre scorso è arrivato il giorno del processo e il verdetto: quattro anni per aver fatto quello che qualsiasi giornalista dovrebbe fare, raccontare la verità. L’avvocato Ren Quanniu ha dichiarato all’agenzia Reuters che probabilmente ricorreranno in appello e che la sua assistita è fortemente convinta «di essere stata perseguita per aver esercitato la sua libertà di parola».

Nel frattempo non si hanno ancora notizie certe degli altri citizen journalists scomparsi a Wuhan.

Li Zehua si era recato nella città a metà febbraio, in cerca del reporter e amico Chen Qiushi che sosteneva che il governo cinese stesse appositamente nascondendo la gravità della crisi sanitaria controllando le informazioni che provenivano dal suo epicentro.

Nei suoi primi video aveva raccontato non solo che gli ospedali erano al collasso e il numero dei morti molto più alto delle notizie ufficiali, ma anche che la sua presenza non era passata inosservata alla polizia locale. E infatti il suo ultimo video ne documenta l’arresto il 26 febbraio. Solo ad aprile, in un nuova registrazione, il giornalista ha potuto raccontare di essere stato interrogato, non incarcerato, ma trattenuto in quarantena forzata prima a Wuhan, poi nella sua città d’origine, senza dispositivi tecnologici. Nel suo discorso Li Zehua ha anche voluto ringraziare le forze di polizia e il governo cinese per il suo trattamento durante la quarantena. Un cambiamento di toni che è stato sottolineato dai suoi follower non solo in Cina.

Non si hanno invece notizie di prima mano su Chen Qiushi, avvocato per i diritti umani svanito nel nulla il 6 febbraio. Dopo mesi di silenzio, a settembre Xu Xiaodong, amico di Chen Qiushi, aveva postato su Youtube un video in cui diceva che starebbe bene, si troverebbe a casa dei genitori ma vivrebbe sotto stretta sorveglianza delle autorità, pur non essendo legalmente accusato di nulla. L’ipotesi è che anche lui sia stato costretto per mesi a una quarantena forzata non si sa dove da parte delle forze di polizia.

Non sembrerebbe essere stato altrettanto “fortunato” il terzo giornalista scomparso nello stesso periodo, Fang Bin. Businessman e abitante di Wuhan, fin dal 25 gennaio aveva iniziato a caricare sui social media cinesi e Youtube riprese della drammatica situazione in vari distretti della città, criticando duramente il governo per come stava gestendo l’emergenza e per l’arresto dei giornalisti che volevano raccontare la situazione reale della città.

Il 4 febbraio Fang Bin aveva ripreso e subito postato su internet la polizia presentarsi a casa sua due volte. Visibilmente preoccupato di essere arrestato, si era rifiutato di aprire la porta senza un mandato. Al 9 febbraio risale il suo ultimo breve video: l’immagine di un foglio con su scritto “Resist all citizens, hand the power of the government back to the people”. Ad oggi sono oltre dieci mesi che non si sa che fine abbia fatto.

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