Che le nostre città stiano cambiando, ormai è un dato di fatto.
Le città vivono, quindi si trasformano.
Crescono, muoiono, rinascono.
Certo la città è un caleidoscopio che mostra immagini diverse ad ogni sguardo, ma rimane lo spazio unico dove si riversa gran parte della conoscenza umana.
Da sempre, fin dall’antichità, come ci racconta Richard Sennet in Costruire e abitare. Etica per la città (Feltrinelli Editore, Milano, 2018), esiste una tensione tra il modo in cui le città sono costruite e la capacità delle persone di abitarle.
Da una parte infatti “sta il terreno edificato, dall’altra il modo in cui la gente abita e vive”, non senza che però questi due aspetti siano fra loro connessi, al punto di condizionarsi uno con l’altro.

Sarebbe impossibile infatti oggi, nella società in cui viviamo, tradurre gli spazi di una metropoli senza calarla nella dimensione politica, sociale ed economica in cui è nata e cresciuta.
Cambiano le città e si trasformano.
Il modo in cui abitiamo allora, in cui viviamo le nostre città, è influenzato da come è pensato, costruito, collocato all’interno di una dimensione più ampia e collettiva.

Allo stesso tempo è proprio questa nostra funzione, quella di immaginare e disegnare una città che poi può influenzare il modo di vivere le città stesse.
Ecco che le strutture, le funzioni, gli spazi pubblici e verdi, i processi di riqualificazione e rigenerazione possono diventare determinanti per dare una prospettiva diversa alle città che viviamo.
Il lavoro e la sua qualità diventano elemento determinante per disinnescare non solo i classici processi di “gentrification” in atto, ma anche per ridisegnare le città, il nostro modo di viverle.

C’è un tema di struttura quindi, interno alla dinamica legata all’organizzazione del lavoro, ma soprattutto la questione è politica e in particolare si lega a come si orientano le politiche pubbliche territoriali, urbanistiche, di sviluppo e anche appunto di sostegno alle classi lavoratrici.
Se è vero che le città e i Comuni sono, più di altri, i luoghi comunitari dove vengono condivisi sogni e prospettive, dove si costruiscono progresso sociale e futuro, allo stesso tempo è in questo spazio che possiamo e dobbiamo provare a intervenire con politiche mirate e per certi aspetti innovative.
Occorre quindi ripartire dall’unità di misura locale, quella come detto più vicina al cittadino, dove la stessa valutazione quantitativa e qualitativa dei servizi è misurabile e anche meglio percepita.

È nell’ambito delle politiche pubbliche locali che ci giochiamo la partita del futuro, quella della credibilità oltre al consenso, se però troviamo il coraggio di formulare proposte innovative, ambiziose e radicali attraverso il rinnovamento del policy making come processo di coinvolgimento di attori nuovi con competenze eterogenee e ruoli diversificati.
Dal basso quindi, valorizzando la partecipazione attiva e i processi democratici territoriali, tenendo vivi tutti i percorsi di lotta e di mutuo soccorso, provando a legare assieme i nuovi protagonisti dell’intervento sociale con i policy makers tradizionali.
Questo non solo nel tentativo di trovare, nei diversi spazi, nuove risposte a bisogni sempre più diffusi, articolati e complessi, ma anche per intervenire nel disegno della città futura, provando a immaginare un luogo aperto, inclusivo e accogliente.

La politica, come spazio collettivo e concorso di idee, progetti, sogni.
La politica, prendendo in prestito il pensiero di Pietro Ingrao, capace di pensare l’impossibile così da avere la misura di quello che si può cambiare.
Ma soprattutto una politica con una visione e una prospettiva di lungo termine,
che sappia accogliere i bisogni del territorio e di conseguenza riesca a governare i processi di trasformazione attraverso il coinvolgimento e il protagonismo delle organizzazioni, dalle associazioni di volontariato alle associazioni culturali e sportive, fino ai singoli.
Dalla scuola, ri-costruendo uno spazio aperto e condiviso, come luogo per rinsaldare rapporti e legami attraverso la messa a disposizione di spazi per un uso comune e pubblico, così da restituire alla città un ambiente da vivere e costruire in senso democratico.

Un percorso permanente che possa valorizzare le sensibilità ambientali che animano le vertenze del territorio grazie a un confronto continuo con tutte le esperienze a difesa e a tutela dell’ambiente, che possa far tesoro delle competenze acquisite negli anni dai movimenti contro le grandi opere così da coglierne suggerimenti, proposte, alternative con l’obiettivo del bene comune e collettivo, capace di tenere insieme giustizia sociale e tutela del territorio.
Una politica del lavoro per il territorio e con il territorio, per accrescere la vivibilità in una dimensione maggiormente inclusiva riportando così le città ad essere vissute e quindi abitabili.
Per salvare la città dagli abissi, serve allora una politica coraggiosa che sappia ridisegnare gli spazi, ripensare politiche pubbliche di sostegno, che rimetta l’anima della città al centro.
E l’anima della città è il cervello e il corpo che la vive, sono le donne e gli uomini che la abitano, sono le scelte che poi la portano a prendere una piega oppure un’altra, che la fanno diventare un porto di umanità oppure una barca senza direzione pronta a naufragare.
«Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone» (Italo Calvino).

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L’autore:  Lorenzo Ballerini, iscritto a Rifondazione Comunista, dal 2018 è consigliere comunale di Campi a sinistra a Campi Bisenzio (Firenze)

 

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