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Se da un lato sono ormai evidenti e documentate le responsabilità di tutti i Paesi della Rotta balcanica, in primis di Bosnia e Croazia, per le violenze contro i migranti, meno noto è, dall’altro, il ruolo dell’Italia nell’organizzazione dei respingimenti a catena. Anche in presenza di richieste d’asilo

La piazza della stazione di Trieste è tornata a essere vuota, non più migranti in arrivo dalla Rotta balcanica, di rado qualche volontario per monitorare gli arrivi. Questa assenza è soprattutto il frutto delle condizioni meteorologiche che non consentono gli arrivi a piedi e l’attraversamento dei boschi, pieni di neve o comunque impervi per essere battuti in questo periodo. Questa assenza non è la vittoria, dunque, della politica dei respingimenti messi in atto dai Paesi europei della Rotta, che sappiamo bene non essere strumenti efficaci né rispettosi delle norme Ue. Anzi tale strategia repressiva, incentrata su pratiche illegali, si configura come l’inizio di una fase delicata che rischia di intaccare i pilastri della civiltà giuridica europea.
Dal lavoro capillare e certosino di alcune organizzazioni della società civile, fra cui Amnesty international e la rete RiVolti ai Balcani che ha annunciato proprio in questi giorni l’uscita di un nuovo corposo report ragionato sul tema elaborato dal network internazionale Bvmn (Border violence monitoring network), emergono in modo cristallino le responsabilità nelle violenze dei Paesi della Rotta prima dell’arrivo in Italia e le responsabilità italiane nella gestione superficiale delle procedure di riammissione dei migranti arrivati sul confine orientale. Il documento si aggiunge al Libro nero dei respingimenti, curato dal Bvmn e pubblicato dal Gruppo parlamentare Ue Gue/Ngl, presentato alla stampa lo scorso dicembre, che ricostruisce dettagliatamente le violenze e la violazione dei diritti subite da oltre 12mila persone che hanno attraversato la Rotta balcanica dal 2016.
Questa piccola premessa per dire che le difficoltà e le violenze che si stanno perpetrando sulla Rotta balcanica, con particolare riferimento alla Bosnia e alla Croazia, sono diventate di dominio pubblico o, comunque, hanno sfondato il muro del suono della stampa. Ciò che, invece, rimane ambiguo e sfuggente all’opinione pubblica è il ruolo dell’Italia nell’organizzazione dei respingimenti a catena, che dai nostri confini conducono le persone fino in Bosnia.
Facciamo un passo indietro. Nel novembre 2018, altro ministro dell’Interno rispetto a oggi, altra compagine governativa, si registrano i primi casi di “riammissione” dall’Italia verso la Slovenia dalla frontiera di Trieste. Un’inchiesta de La Stampa mostra, infatti, come decine di persone arrivate sul confine orientale per la seconda volta dichiarino di aver subito respingimenti nonostante avessero espresso la volontà di chiedere asilo già al primo arrivo. In fretta e furia le autorità locali e nazionali si affrettano a chiarire che nessun richiedente asilo è stato riammesso in Slovenia. Tutto questo si ferma per un po’, ma dall’inizio del 2020, in concomitanza con la diffusione del Covid-19, i respingimenti riprendono e per questo la piazza della Stazione di Trieste inizia a riempirsi di transitanti che desiderano andare altrove, in Italia e all’estero. Lo spettro di una “riammissione” fa paura, rende tutto cupo e insicuro, in particolare se ciò avviene nel luogo che fino a qualche mese prima era quello dove si poteva avere la certezza di aver scampato il pericolo di un altro “game”.
La piazza della Stazione, che per ironia della sorte si chiama piazza Libertà, non era…

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L’autore: Gianluca Nigro è un operatore sociale nel campo dell’immigrazione e dell’asilo. Dal 2014 vive e lavora a Trieste. Ha all’attivo alcune pubblicazioni sul tema dell’asilo e sullo sfruttamento dei migranti nel comparto agricolo. È stato fra i protagonisti nel 2011 dello sciopero della Masseria Boncuri a Nardò, in Salento.


L’articolo prosegue su Left del 22-28 gennaio 2021

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