Condividi

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina 68,9 miliardi di euro alla transizione ecologica che sarà il motore per lo sviluppo nei prossimi anni. Adesso però si tratta di mettere a sistema i vari elementi del puzzle. Con un pensiero politico forte

È

il 12 gennaio 2021 quando il Consiglio dei ministri, dopo un annus horribilis che segnerà in modo indelebile l’Italia e il mondo, nel buio della notte, approva il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non è notte solamente oltre i vetri delle finestre, è notte per il governo, alle prese con una crisi che si è avvitata in modo repentino. È notte per il Paese intero, che da mesi è attanagliato da una crisi economica e sociale dalla quale, con difficoltà, si inizia ad intravedere una via d’uscita solo ora. Dal blu cobalto della copertina del testo approvato spicca una foglia verde, luminosa e di un colore vivo, d’altronde il verde è speranza.

Il piano infatti è caratterizzato da una forte impronta green, fedele almeno idealmente al fil rouge tracciato dall’accordo di Parigi, e votato quindi alla riconversione ecologica e sostenibile del modello di sviluppo. Questo risultato non era assolutamente scontato, viste le numerose marce indietro che si fanno in nome dell’emergenza. Negli ultimi mesi, infatti, tanti sono stati gli assalti per smantellare l’impalcatura del Green deal europeo, millantando che l’apposizione di norme e principi ecologici e di tutela ambientale avrebbero strozzato la ripresa economica. 

Nell’incubo che stiamo vivendo, il messaggio di P. A. Sorokin di inizio del secolo scorso è quanto mai attuale, la pandemia non ha fatto che acuire e rendere più evidente quella “crisi di civiltà” che lega indissolubilmente crisi ambientale, sociale e culturale, ora poi che l’approccio riduzionista, che ha dominato il pensiero scientifico per secoli, ha rivelato le sue enormi falle. Questo implica una revisione integrale del rapporto Uomo-Natura optando per un approccio ecosistemico che possa informare e rinvigorire con nuova creatività un’economia differente, capace di produrre circoli virtuosi che valorizzino e preservino il capitale naturale e il patrimonio culturale per le nuove generazioni. Questa è l’economia circolare auspicata. La sfida attuale sta nel riscrivere le regole di equilibrio dell’Antropocene forti della consapevolezza che ciò che è bene per l’ambiente è bene anche per l’uomo. Dunque investire nella sostenibilità oggi vuol dire investire in competitività, tecnologia e riduzione delle disuguaglianze, obiettivi che il piano nazionale di ripresa e resilienza intende fare propri e mettere a sistema in via programmatica.

Partiamo dai dati principali. Sono 222,9 i miliardi che, tra sussidi e prestiti, l’Italia avrà dall’Europa, nei prossimi anni. Non è banale sottolineare quanto questo approccio sia inedito: solo un anno fa sarebbe stata inimmaginabile una politica economica continentale tanto espansiva e basata sulla condivisione del debito. Il piano è suddiviso in 6 aree di investimento, 16 cluster e 48 linee di intervento: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,1 miliardi), rivoluzione verde e transizione ecologica (68,9 miliardi), infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,9 miliardi), istruzione e ricerca (28,4 miliardi), inclusione e sociale (27,6 miliardi) e salute (19,7 miliardi). Una mole di investimenti così elevata, concentrata in un lasso di tempo così breve, supera in proporzione il programma New Deal di rooseveltiana memoria che ha permesso di risollevare un Paese dalle macerie della guerra.

Un risultato lo possiamo, con la necessaria modestia, rivendicare. Quando abbiamo cominciato l’avventura dell’associazione Transizione ecologica solidale (Tes) nel 2018, il binomio “transizione ecologica” non era di casa nel gergo politico. Notiamo con piacere come ormai tale espressione sia invece entrata nel linguaggio quotidiano a tal punto da diventare elemento portante del piano: oltre a esservi affidata la coerenza di principi con gli impegni dell’agenda europea vi viene destinato il 40% dei fondi.

È necessario addentrarsi nel documento varato per comprendere, al di là dei punti di forza, le aree da puntellare o sulle quali occorre vigilare in modo cauto. Dei 68,9 miliardi di euro, destinati alla missione 2 “Rivoluzione verde e alla transizione ecologica”, 6,3 miliardi saranno destinati alla

*-*

Gli autori: Ludovica Marinaro e Alessandro Paglia fanno parte dell’associazione Tes, Transizione ecologica solidale. Marinaro è responsabile scientifico e Paglia è responsabile delle relazioni europee


L’articolo prosegue su Left del 22-28 gennaio 2021

Leggilo subito online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

SOMMARIO

Commenti

commenti

Condividi