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È nata come un canto per i migranti la nuova raccolta di poesie della scrittrice, esule cilena e moglie di Luis Sepúlveda. Il 16 aprile 2020 è diventato il canto d’amore e di addio al compagno di una vita

«In questo libro c’è l’ultima poesia che ho scritto per Luis mentre era in vita. Eravamo stati ricoverati insieme poi io sono stata dimessa e sono tornata a casa. Ogni giorno alle 13.30 dovevo attendere la chiamata dall’ospedale per avere informazioni dal medico che lo aveva in cura. Tutti i giorni alle 13.30 io ascoltavo le sue parole e poi le trasmettevo in un gruppo su whatsapp che avevo creato per gli amici più intimi. E la mia giornata praticamente finiva lì, ad aspettare le 13.30 del giorno successivo». Carmen Yáñez, moglie e compagna di una vita di Luis Sepúlveda ha da poche settimane pubblicato in Italia per Guanda Senza ritorno, il suo nuovo libro di poesie. Uscito in Spagna con il titolo Sin regreso a fine 2019, nella versione italiana sono stati pubblicati i versi inediti dedicati al grande scrittore e giornalista cileno scomparso a Oviedo il 16 aprile 2020 dopo essere stato contagiato in febbraio dalla Sars-CoV-2. Sin regreso era in quelle settimane in fase di traduzione in italiano ed ecco cosa ci ha raccontato Carmen Yáñez del libro, di se stessa e di Lucho.

Partiamo dal titolo. Perché Senza ritorno?
Ho scelto io il titolo perché quando sei migrante hai sempre una speranza di ritornare alla tua terra, a casa, e quindi non disfai mai la valigia. C’è una poesia di Bertolt Brecht in cui lui scrive che non si svuota mai la valigia perché la speranza del ritorno non ti abbandona mai. Anch’io ho vissuto questo sentimento. Quando lasciai il Cile pensavo che sarei tornata entro un paio di anni al massimo, che il dittatore non sarebbe durato a lungo. Ma alla fine Pinochet non cadeva mai e gli anni di regime furono 17.

Ma anche dopo la fine della dittatura fascista non sei rientrata subito…
Per lungo tempo sono stata indecisa se tornare o non tornare. C’è gente che quando può torna per restare e c’è chi decide di non tornare a vivere più nel suo Paese. Un giorno ti ritrovi a cercare un luogo, una casa dove abitare definitivamente, a disfare la valigia, appendere i quadri ai muri, a pitturare la casa, e sistemare i vestiti negli armadi. Chi decide di tornare è altrettanto coraggioso, torna perché lo chiama la sua storia, la sua infanzia ma ricominciare da zero non è facile. Nemmeno tornare è facile. Negli anni tu sei cambiato, il tuo Paese è cambiato, le persone sono cambiate. La vita del migrante è…


L’articolo prosegue su Left del 29 gennaio – 4 febbraio 2021

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