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Il poema di Daniel Filipe, scrittore capoverdiano perseguitato dalla polizia politica portoghese, è stato tradotto in italiano dalle registe Luciana Fina e Alice Rohrwacher. Ne è nato un testo in cui i versi dialogano con le illustrazioni di Mara Cerri. Nel segno continuo della poesia

Nel 1938 il poeta turco Nâzım Hikmet venne chiamato al banco degli imputati dal governo di İnönü perché i suoi versi erano accusati di incitare alla rivolta; passò in carcere più di dieci anni, non smise mai di scrivere.
Nel 1946 la poetessa russa Anna Achmatova fu espulsa dall’Unione degli scrittori sovietici, impedendole di fatto di pubblicare le sue poesie, ma mai di scriverle, recitarle, regalarle. Era ritenuta colpevole di estetismo e di non aderire ai canoni del realismo socialista.
Nel 1955, lo scrittore azero Samed Vurgun, fedelissimo del regime sovietico, così sentenziava: «Al centro del nostro pensiero poetico deve essere la grandiosa figura del nuovo uomo socialista», non c’è più spazio per la voce intima del poeta.

Il pericolo della poesia è sentito con forza dai regimi. I burocrati della censura se lo bisbigliano, mentre sudano freddo e tendono l’orecchio in ascolto. Perché la poesia si porta su pezzi di carta leggeri, che si nascondono nelle tasche, nelle borse, sotto i letti; sembra nulla, ma fa esplodere in mille pezzi i bastioni della repressione. Perché la poesia esiste anche se non viene scritta, se viene passata, di voce in voce, ai bordi delle strade. Si canta, la poesia, nelle notti d’amore. Si inventa, tutti possono inventarla: è un’arte democratica e popolare. Snobba il professionismo cattedratico, la tecnica e l’affettazione; cresce tra papaveri e ginestre, fuggendo gli allori.
Nel 1974, il 25 aprile, con una ribellione pacifica il Portogallo si liberò della dittatura fascista più longeva d’Europa, quella iniziata negli anni Trenta con Salazar. Nelle ore precedenti due canzoni vennero usate per annunciare alla radio che il momento era arrivato: prima “E depois do adeus”, struggente successo di Paulo de Carvalho; poi, a notte inoltrata, “Grândola vila morena” del cantautore antifascista Jose “Zeca” Afonso. Un canto proibito di una storia operaia. Tutti capirono che qualcosa stava per cambiare.

Nei lunghi mesi seguenti, sotto la spinta popolare, la rivoluzione prese sempre più un carattere socialista. A tutte le colonie fu riconosciuta l’indipendenza, imprese e banche vennero nazionalizzate, il latifondo fu abolito e le terre redistribuite. Una famosa vignetta del tempo ritraeva i maggiori pensatori comunisti della storia riuniti intorno a una lavagna, a studiare il caso portoghese. Dopo due anni tormentati, nel 1976 il Partito socialista vinse le libere elezioni e Mário Soares divenne primo ministro. I fantasmi della dittatura erano stati spazzati via.
In Portogallo la resistenza al fascismo non era mai stata domata. Poeti, scrittori, registi, cantanti, artisti avevano continuato a creare per immaginare un mondo nuovo. Doveva esserci qualcosa, in quella loro opposizione vitale, di quella coraggiosa speranza che portò sconosciuti marinai portoghesi e italiani a iniziare a navigare verso l’ignoto, ben prima degli spagnoli, immaginando un oltre.
Daniel Filipe, poeta capoverdiano, torturato e perseguitato dalla Pide, la polizia politica portoghese, aveva scritto nel 1961 un poema rivoluzionario: L’invenzione dell’amore. È la storia di…


L’articolo prosegue su Left del 29 gennaio – 4 febbraio 2021

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