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Le celebrazioni del 10 febbraio denotano un’idea nazionalista che coinvolge tutte le istituzioni democratiche, dice lo storico. E denuncia: «Così si rischia di far passare i fascisti per delle vittime»

Intitolare un parco alle vittime “delle Foibe e della Shoah”. È la proposta di un’assessora di Tarquinia, in quota Lega Nord. La più recente tra quelle messe in campo negli ultimi anni dalle destre in Italia con un preciso scopo: equiparare due vicende, l’Olocausto e una serie di violenze commesse dalla Resistenza jugoslava durante la Seconda guerra mondiale, entrambe drammatiche certo, ma assolutamente incommensurabili. Per farlo, nazionalisti, neofascisti e nostalgici non si sono fatti problemi ad “inquinare pozzi”. Con mistificazioni storiche, ricostruzioni inventate, numeri senza alcun legame con la realtà. A partire, ad esempio, dai «diecimila infoibati» di cui parla CasaPound. Così, i presidenti della Repubblica Napolitano e Mattarella sono arrivati a definire i morti delle foibe come vittime di una «pulizia etnica» che in realtà non ha avuto luogo.

L’obiettivo finale delle destre radicali è chiaro: disattivare il significato della Giornata della memoria celebrando ogni 10 febbraio un suo “omologo” anticomunista, il Giorno del ricordo; disseccare le radici antifasciste della nostra Repubblica; rilegittimarsi a livello nazionale e internazionale. Per opporci a questo gioco sporco, senza ovviamente sminuire in alcun modo crimini e tragedie che si verificarono sul cosiddetto confine orientale, compreso l’esodo italiano dall’Istria e dalla Dalmazia, e anzi indagandoli, abbiamo da quest’anno uno strumento assai prezioso. Si intitola E allora le foibe?, è appena uscito per Laterza nella collana Fact checking (realizzata con la collaborazione di Carlo Greppi, v. Left del 22 gennaio 2021) ed è l’ultima fatica dello storico e divulgatore Eric Gobetti. Con lui abbiamo fatto il punto su questo capitolo del Novecento, a partire dai riscontri storici, per ricostruire la reale dinamica degli eventi.

Per prima cosa, quando si parla di foibe e di esodo si fa spesso riferimento a territori “da sempre” italiani. È davvero così?
Per parlare di “territori italiani” bisognerebbe intendersi su cosa sia l’italianità, dato che la stessa idea di nazione inizia a diffondersi tra fine Settecento e inizio Ottocento. Dire che queste zone dell’Alto Adriatico, dove si è consumata la vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano dalmata, erano italiane in quanto appartenevano alla Repubblica di Venezia è una castroneria. Venezia non era uno Stato nazione, la venezianità non era l’italianità. Lo stesso discorso vale ancora di più per l’Impero romano. La propaganda fascista gioca su queste ricostruzioni, che per uno storico sono prive di logica. Questi territori erano abitati da italiani, slavi, tedeschi, ungheresi e altri popoli. Vi era una grande commistione di…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 febbraio 2021

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