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Il ricordo del massacro di Addis Abeba coordinato dal partito fascista non fa parte della “nostra” memoria collettiva. Sono stati Del Boca e Rochat negli anni Settanta a portare all’attenzione del mondo accademico quello che oggi va considerato un crimine di guerra

«Ieri verso le ore 12, dopo ultimata la distribuzione delle regalie alle chiese, alle moschee e ai poveri di Addis Abeba fatta da S.E. Graziani in omaggio alla nascita di S. A. R. il Principe di Napoli, alla presenza delle autorità civili e militari e dei capi e notabili rappresentanti le comunità religiose copte e musulmane, da un gruppo di individui infiltratosi fra i poveri venivano lanciate, approfittando del movimento creatosi tra la folla al termine della cerimonia, alcune bombe a mano».
Questo il testo della agenzia Stefani, battuto il 20 febbraio 1937, che dà notizia dell’attentato al viceré Rodolfo Graziani, il successivo dispaccio della Stefani parla di 2mila fermi e comunica che «squadre di fascisti hanno ripulito taluni quartieri della capitale».

Il 19 febbraio, per festeggiare la nascita del principe di Piemonte, Graziani aveva infatti organizzato una pubblica elemosina per la popolazione indigente di Addis Abeba. Alla cerimonia, che si svolse nel cortile del piccolo Ghebì (l’ex palazzo di Hailè Selassié), sede del governo, parteciparono tutti i notabili etiopici presenti nella capitale, nonché gli alti vertici del governo italiano. La cerimonia venne organizzata fastosamente imitando una tradizione (quella che prevedeva per il giorno della Purificazione della Vergine una distribuzione di beni ai poveri) per almeno due scopi: «Quello di dimostrare che il governo italiano è più generoso di quello negussita, e quello di rompere con un gesto spettacolare e distensivo l’atmosfera di insicurezza che stagna da qualche tempo in città» (Angelo Del Boca, Italiani in Africa orientale, La caduta dell’Impero, Laterza). Addis Abeba era però considerata “sicura” molto diversamente dal resto del Paese, dove, nonostante la guerra fosse ufficialmente chiusa dal maggio 1936, la resistenza anti-italiana continuava a rendere ben poco sicuro l’impero e dove continuavano le sanguinose repressioni messe in atto dall’amministrazione italiana.

Circa duemila persone, affollavano il recinto della sede del governo, controllate da una cinquantina di carabinieri. Verso mezzogiorno l’attentato: due patrioti etiopi lanciarono alcune granate e Graziani venne investito quasi in pieno dall’esplosione del terzo ordigno. Mentre il viceré veniva soccorso iniziarono le reazioni all’interno del Ghebì: vennero immediatamente chiusi i cancelli, impedendo alla popolazione di fuggire e soldati e carabinieri reagirono sparando sulla folla. Coloro i quali non caddero sotto il piombo vennero poi rinchiusi per parecchi giorni nelle sale del palazzo.
I tre giorni che seguirono furono segnati dalla rappresaglia scatenata dagli italiani di Addis Abeba. Un vero e proprio pogrom coordinato dal partito fascista. Fu infatti il federale della città, Guido Cortese, che organizzò i presenti, li divise in squadre e li lanciò contro la…


L’articolo prosegue su Left del 12-18 febbraio 2021

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