Il Movimento cinque stelle è cambiato, «è cresciuto», ci dicono, «è maturato», è passato dall’essere un grande movimento di massa e di protesta, populista e progressista ad essere un piccolo partito moderato e liberale, che aspira a stare sempre al governo comunque sia e con chiunque sia, per diventare l’ago della bilancia di tutti i governi a venire.

Ma si può giudicare un ribaltone di queste dimensioni come una naturale crescita e maturazione? No, non si può, specialmente se si pensa che tutto questo è avvenuto nel giro di pochi anni. «Il Movimento è morto, quel movimento che conoscevi tu», mi dicono alcuni che sanno le cose, «è morto da molto tempo». «Lo vedo bene», rispondo io.

Il movimento che conoscevo è morto nel 2015, per l’esattezza, con la lettera ai meetup di Fico e Di Battista, una lettera suicida che ha reciso le radici con i territori da cui il M5s ha tratto tutta la sua linfa vitale e la sua forza propulsiva fatta di idee proposte e programmi, un taglio netto, doloroso e mortifero. Perché lo ha fatto? Per essere proprio quell’ago della bilancia che oggi dichiarano di voler essere, per cui non serve essere un partito popolare e di massa, basta essere parte di un solido establishment formata da pochi, anzi a questo fine risulta addirittura contro producente essere un grande partito di massa, comporta giornate disgraziate e faticose come quelle passate a Taranto davanti ai tarantini a spiegare l’inspiegabile, il tradimento sull’Ilva. Una massa popolare che chiede ragione degli impegni presi è un…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 marzo 2021

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