Il lavoro è strumento di autonomia per le donne e innesca un circolo virtuoso per l’economia, dice la segretaria generale Fp Cgil. Ma in Italia i livelli di occupazione sono ancora bassi, i contratti precari e la pandemia ha fatto strage di posti. «Dobbiamo reagire» dice la segretaria generale della Funzione pubblica Cgil

L’Italia non è un Paese per giovani. Ma neanche per donne, come evidenziano i preoccupanti dati che riguardano il lavoro. A dicembre l’Istat ha segnalato che il 98 per cento dei posti di lavoro andati perduti in un mese erano occupati da donne. A rendere ancor più inquietante il quadro è la ferita aperta delle molestie e delle violenze che le donne subiscono sui posti di lavoro. Questa settimana (in vista dell’8 marzo ma non solo) torniamo ad analizzare questa difficile situazione con Serena Sorrentino, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil.

Sorrentino, cosa possiamo leggere dietro questi dati Istat?
Ci dicono di una forte crisi nonostante i provvedimenti presi per l’occupazione, compreso il blocco dei licenziamenti. Ma ci dicono anche che i contratti delle donne sono spesso precari. In Italia c’è un problema che riguarda l’occupazione femminile in senso ampio. Non riguarda solo la distribuzione territoriale e le questioni di inquadramento. Le donne devono affrontare grandi difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro soprattutto al Sud. Ma c’è anche una questione che riguarda la qualità del lavoro che viene loro offerto. Purtroppo questo è un problema strutturale, non abbiamo ancora trovato una ricetta risolutiva. Detto questo, conta molto il livello di servizi e di welfare. Per aumentare l’occupazione femminile serve un intervento strutturale in questi ambiti.

C’è un problema ancora molto esteso che riguarda le molestie, le violenze, gli stereotipi, le denigrazioni che colpiscono le donne al lavoro. La convenzione di Istanbul e quella di Oil ratificata il 26 gennaio scorso bastano a sanare un problema che ha forti radici culturali?
La convenzione di Istanbul, in modo particolare, ha segnato un importante passo in avanti. Ma è vero, non basta affrontare la questione da un punto di vista normativo. Dietro questi comportamenti c’è un problema culturale, occorre una analisi del fenomeno, bisogna capire quali sono gli strumenti di prevenzione e di protezione delle donne, sul lavoro come nella dimensione privata. Vi è un panorama abbastanza incerto, ancora da esplorare, anche dal punto di vista degli strumenti di tutela. Perché distinguere tra molestie e violenze non è sempre facile. C’è carenza di formazione anche dei dirigenti a questo riguardo. Bisogna imparare a leggere il dato culturale che traspare dalla costruzione degli ambienti di lavoro, dall’esercizio del potere, dal riconoscimento sociale dei ruoli al maschile sempre a svantaggio di una visione di genere. Il lavoro da fare è ancora tantissimo. Anche perché il tasso di denuncia non è indice del reale tasso di benessere o di malessere nei luoghi di lavoro, c’è un’area grigia molto grande come vediamo dal nostro osservatorio sindacale. Per esempio sono tantissime le denunce che ci arrivano ex post. Quando cerchiamo di istruire dei percorsi per portare alla luce atti di violenza sui luoghi di lavoro molte si spaventano, temono ritorsioni di carattere psicologico, di essere isolate nei luoghi di lavoro. La colpevolizzazione della vittima è il fenomeno più complesso da contrastare.

Anche per questo serve più formazione culturale?
Il rispetto delle differenze, quelle di genere ma non solo, è poco presente nella cultura e negli ambienti di lavoro, come del resto nella società tutta. La pubblica amministrazione ha organizzato corsi per formare i dirigenti a costruire ambienti di lavoro protetti, sensibilizzandoli a cogliere i sintomi di casi di molestie e di abusi, ma siamo alle buone prassi, non alla regola. Non c’è ancora una cultura della cittadinanza nel lavoro e nella società che stigmatizzi e marginalizzi i comportamenti discriminatori. L’abuso e la violenza sulle donne non sono visti da tutti come fenomeni da condannare recisamente. Regolamentare e normare non significa fare prevenzione. La legge interviene quando il fatto è già accaduto, è sanzione del comportamento scorretto ma non è il contrasto all’insorgenza dei prodromi dell’esercizio della violenza. Per questo condivido l’idea che sia un tema prima di tutto culturale. Non c’è ancora la convinzione diffusa che la violenza si possa eradicare (come è scritto giustamente nella convenzione di Istanbul), non dobbiamo rassegnarci all’idea che si possa solo contrastare il comportamento violento. Questo è un salto culturale importante. Su questa base auspichiamo azioni positive che riguardino maggiori tutele sul mondo del lavoro ma in generale più tutele anche nella vita pubblica. Dobbiamo tutelare la salute delle donne intesa anche come equilibrio psicofisico sul posto di lavoro.

Venendo ora al tema più generale, il 31 marzo scade il blocco dei licenziamenti, quali strumenti mettere in campo per evitare la bomba sociale legata alla perdita di posti di lavoro che andrebbero a sommarsi a i moltissimi già perduti nell’ultimo anno?
Intanto come sindacati abbiamo chiesto una proroga del blocco dei licenziamenti e anche una riforma degli ammortizzatori sociali in senso universale. Credo che il Paese sia di fronte a un bivio che dovrà essere affrontato considerando i tre corni dell’emergenza, ovvero, come ha detto il presidente Mattarella: emergenza sociale, sanitaria ed economica e provando a costruire un ordine di equilibrio fra i tre livelli dell’intervento dello Stato rispetto a questi tre grandi capitoli, ben sapendo che anche dopo l’emergenza pandemica ci saranno scenari di incertezza. Riguardo ai 209 miliardi del Recovery plan bisogna saperli spendere e spenderli bene. Questo secondo aspetto mi interessa di più. L’obiettivo non è tanto la performance riguardo alla capacità di spesa del nostro Paese ma la qualità della progettazione che è alla base del Recovery plan. Questo può incidere positivamente sull’emergenza economica se superiamo presto e bene quella sanitaria.

E riguardo agli obiettivi di scadenza più immediata in questa difficile fase in cui aumentano i contagi a causa delle varianti del virus?
La politica ha un dovere primario nelle prossime settimane: assumere l’emergenza sanitaria e sociale come una dominante rispetto al modo con cui affronta l’emergenza economica. Ripartenza e resilienza sono le due parole chiave. E poi prolungamento del blocco dei licenziamenti, riforma degli ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro. Serve una riforma sanitaria che investa sulla medicina territoriale rovesciando il paradigma dell’assistenza. Bisogna fare in modo che le persone possano contare su un sistema socio sanitario integrato sul territorio. Non basta occuparsi delle fragilità, bisogna promuovere la salute. Bisogna potenziare i servizi educativi. Purtroppo in Italia un milione e centomila bambini ne sono esclusi. Ricordiamoci che il welfare e le politiche che guardano all’innovazione sociale hanno una funzione anti ciclica, perché sono un settore ad ampio impatto di intensità di lavoro e soprattutto possono essere governati integralmente dalla programmazione delle politiche pubbliche che oggi con il Recovery plan hanno un’occasione straordinaria con tante risorse per riconfigurare il nostro sistema di protezione sociale delle persone. Investire sul benessere diventa una coordinata fondamentale, soprattutto se la guardiamo dal punto di vista della spinta all’occupazione iniziale anche perché poi la diffusione dei servizi pubblici e la promozione dell’occupazione femminile hanno un effetto moltiplicatore dell’economia perché determinando anche un aumento della domanda anche privata di beni e servizi. In questo momento l’emergenza economica riguarda trasversalmente molti settori. Alcuni – come cultura e turismo – sono fortemente condizionati dalla pandemia, altri hanno bisogno di un processo profondo di innovazione: il lavoro pubblico deve affrontare la sfida del salto tecnologico. Molte aziende dovranno riconvertirsi, c’è però un tema che non possiamo derubricare: il ruolo delle politiche pubbliche e dello Stato nell’irrobustire la rete di protezione delle persone, guardando anche all’impatto che può avere sulla buona occupazione. Per questo proponiamo un piano straordinario di assunzioni nelle pubbliche amministrazioni.

La scelta di Renato Brunetta come ministro della Funzione pubblica del governo Draghi suona invece come un salto nel passato a una stagione di privatizzazioni e blocco della concertazione?
I giudizi non sono mai sulle persone, il giudizio è sull’attività istituzionale. In una sua precedente vita da ministro lo scontro frontale con il lavoro pubblico era su elementi qualificanti che riguardavano il valore del servizio pubblico, la funzione della componente lavoro all’interno dell’organizzazione dei servizi. La sua idea di gestione della pubblica amministrazione era ispirata al new public management. Contare solo sull’efficienza della pubblica amministrazione e valutare solo quanto sono coerenti le attività delle pubbliche amministrazioni rispetto alle procedure che sono previste non determina di per sé efficacia. Bisogna vedere se l’attività della pubblica amministrazione risponde agli obiettivi generali di missione nel garantire il bene comune. Questo implica che si facciano investimenti importanti sul lavoro pubblico che mettano al centro la persona. C’è un percorso di innovazione da avviare. L’età media del personale dipendente nel nostro settore si attesta a più di 50 anni. Serve formazione qualificata e implementazione di competenze attraverso nuova occupazione nella pubblica amministrazione non guardando solo alle specializzazioni in ambito normo giuridico. La pubblica amministrazione del futuro deve poter affrontare la sfida dell’innovazione tecnologica e quindi ci servono tante competenze digitali. Ma abbiamo davanti anche la sfida della ricostruzione del welfare. Quindi ci servono tanti profili diversi, capaci di governare e stimolare attraverso l’azione pubblica l’innovazione sociale.

Per affrontare questi grandi cambiamenti la parola chiave è contrattazione?
Non si può pensare di riformare il sistema Paese senza una interlocuzione e senza la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Proprio per gli effetti delle leggi Brunetta la pubblica amministrazione si è abituata a procedere con una prevalenza di atti unilaterali dei dirigenti. Nel 2017 siamo riusciti in parte a modificare questa situazione ridando spazio alla contrattazione. La pandemia ha mostrato quanto sia importante coinvolgere i lavoratori, penso allo sforzo che è stato fatto per la salute e la sicurezza sul lavoro. Ma anche all’intensità di lavoro che è stata chiesta a chi lavora nella sanità e in tutta la filiera dei servizi essenziali, compresi i lavoratori del settore educativo. Abbiamo visto anche quanto sia stato complicato dover gestire un tema molto delicato e innovativo come lo smart working senza il potere della contrattazione. Se il ministro Brunetta cambia registro anche visto il contesto economico politico nel quale oggi si trova a dover esercitare la sua funzione, non c’è dubbio che l’appello fatto a tutte le forze democratiche, di diminuire il termometro di conflitto politico e sociale, potrebbe costruire le premesse per una modalità diversa di costruzione del dialogo, per noi non ci sono né cambiali in bianco né pregiudizi, c’è bisogno in questo momento di cambiare la logica della contrapposizione fra dirigente e dipendente e c’è bisogno di mettere in atto un modello di cooperazione che poggia molto sulla partecipazione dei lavoratori, altrimenti un cambiamento radicale della pubblica amministrazione non riusciremo a farlo. Abbiamo poco tempo, dobbiamo correre se, quando usciremo dalla emergenza sanitaria, non possiamo avere un Paese che non sia pronto ad affrontare la sfida dell’emergenza economica.

Cosa ne pensa dell’incontro del ministro Andrea Orlando con le parti sociali e della proposta di riforma degli ammortizzatori sociali?
La riforma in senso universale degli ammortizzatori è un primo passo verso una nuova cittadinanza del lavoro, questo è importante. Assumere il dato che a prescindere dal settore nel quale lavori, dal tipo di contratto che si ha, si vada verso una direzione nella quale tra precari e strutturati si parifichino le condizioni di proattività delle politiche passive ed attive, attivando tra momenti di lavoro e non lavoro una vera ricollocazione al lavoro è sicuramente la riconquista di un tratto di riforma del mercato di lavoro fondamentale. Io penso che in questo momento la sinistra abbia un dovere: cercare di scommettere sul terreno dell’uguaglianza e della traduzione materiale della Costituzione in diritti sostanziali, certi ed esigibili. Recuperare l’orientamento costituzionale e al bene comune, all’equilibrio sociale, alla lotta alle discriminazioni, alla sostenibilità ambientale, ad una nuova cittadinanza anche digitale che eradichi la dimensione geografica e si fondi su un globalismo cooperativo, sono tutte coordinate di una nuova sinistra che deve assumere la centralità del lavoro come strumento di autonomia della persona, di libertà e di diritti. Che Orlando stia scommettendo sulla riforma degli ammortizzatori – provando a dire che da dopo il 1996, passando dalla legge 30 al Jobs act, anni in cui il lavoro ha vissuto momenti di pesante deregolamentazione e di erosione del codice dei diritti, fino allo scalfire la tutela reintegratoria per licenziamento senza giustificato motivo – significa iniziare a rispondere a chi in questi anni ha sofferto la precarietà, l’insicurezza sociale, la negazione della propria dignità nel lavoro, facendosi carico di unificare attraverso un sistema solidale la tutela di tutte le condizioni di sospensione dal lavoro. Certo bisogna vedere cosa ci sarà scritto nella riforma degli ammortizzatori sociali, ma sui principi e sulla modalità di dialogo e partecipazione c’è sicuramente un elemento di maggiore condivisione.

 

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L’intervista è stata pubblicata su Left del 5-11 marzo 2021

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