L’esecuzione del fratello del presidente della Repubblica da parte dei Nar di Fioravanti in cambio dell’appoggio della mafia all’evasione del neofascista Concutelli dall’Ucciardone di Palermo. La vecchia tesi del pm ucciso a Capaci riemerge dalle pieghe della sentenza sulla strage della stazione di Bologna. Inchiesta esclusiva

L’indagine sulla “pista nera” che Giovanni Falcone imboccò per trovare gli assassini di Piersanti Mattarella, e che lo portò a scavare su Gladio poco prima di essere assassinato a Capaci, ricorda le tragiche vicende dell’“Ulisse dantesco che giunse in vista del Purgatorio” e pagò il suo “folle volo” verso la conoscenza con un naufragio mortale. Lo scrivono i giudici della corte d’assise di Bologna che, motivando la condanna all’ergastolo dell’ex componente dei Nar Gilberto Cavallini per la bomba alla stazione del 2 agosto 1980, demoliscono l’esito della vicenda processuale palermitana, riabilitando le iniziali intuizioni di Falcone, poi abbandonate durante i giudizi di primo e secondo grado (confermati dalla Cassazione) che affermarono la responsabilità esclusiva di Cosa nostra nel delitto Mattarella e condannarono un pezzo della Cupola senza mai individuare i killer del presidente della Regione siciliana, assassinato a Palermo il 6 gennaio 1980.

Quell’inchiesta di Falcone, centrata sul connubio tra Cosa nostra ed eversione di destra si era conclusa proprio con il rinvio a giudizio del fondatore dei Nar Valerio Giusva Fioravanti e del suo complice Cavallini, ritenuti i protagonisti di un patto di scambio con Cosa nostra (l’esecuzione di Mattarella in cambio dell’appoggio della mafia all’evasione del leader “nero” Pierluigi Concutelli dall’Ucciardone di Palermo) ed entrambi accusati di essere i sicari del presidente siciliano.

Il movente? La rivoluzione legalitaria operata da Mattarella che minacciava gli appetiti della mafia per la torta degli appalti pubblici, ma anche le aperture politiche al Pci del presidente, fervente moroteo, che voleva importare la formula del “compromesso storico” in Sicilia. Indagando sul delitto Mattarella, Falcone era riuscito ad allargare la prospettiva delle indagini antimafia persino ai “sancta sanctorum” della P2 e di Gladio, anticipando la denuncia politica poi firmata nel ’93 dal senatore Pds Massimo Brutti sulla presenza in Sicilia di «una rete clandestina di Gladio facente capo al Sismi».

Ora i giudici di Bologna scrivono che la rivisitazione del delitto Mattarella è «un passaggio obbligato del percorso argomentativo seguito dalla corte d’assise» per emettere il nuovo verdetto sulla strage del 2 agosto 1980 e, per quanto consapevoli che la responsabilità di Fioravanti e Cavallini sul delitto Mattarella non può più essere sottoposta ad un “esercizio di giurisprudenza”, in virtù del ne bis in idem, ricordano quella pronuncia della Suprema corte secondo cui «il giudice del diverso procedimento è tenuto a motivare espressamente le ragioni per le quali è pervenuto a diverse conclusioni rispetto al giudizio già definito in precedenza».
Le “diverse” conclusioni che portano alla…

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Leggi anche l’articolo di Stefania Limiti -> Il Gip Guido Salvini: «Omicidio Piersanti Mattarella, così si può riaprire il caso»
Qui -> https://left.it/2021/03/16/guido-salvini-omicidio-piersanti-mattarella-cosi-si-puo-riaprire-il-caso/


L’articolo prosegue su Left del 12-18 marzo 2021

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