«Questo era tutto ciò che avevo, questa immagine rappresenta due punti nello stesso momento, venire e partire». Con parole semplici e di rara intensità il fotografo ivoriano Mohamed Keita descrive la prima foto del suo progetto Roma 10/20, edito dalla casa editrice Punctum che per realizzarlo ha deciso di intraprendere un progetto di crowdfunding. Mohamed Keita si racconta a distanza dalla periferia di Bamako dove da alcune settimane lavora nella scuola di fotografia Kenè (spazio in lingua maliana) da lui fondata nel 2017 per permettere ai ragazzi del luogo di trovare nuove chiavi espressive.

La prima foto del progetto “Roma 10/20”

Quando gli chiediamo il perché del voler realizzare questo libro ci dice che «non si può sempre prendere», ribaltando in un attimo il nostro modo di pensare, soprattutto di concepire un prodotto artistico. Conoscere anche solo una goccia della vita di Mohamed fa venire la pelle d’oca e ci ricorda le storie che da ragazzi possiamo aver letto sui libri di epica con la consapevolezza che fin da allora gran parte degli eventi narrati fossero stati nel tempo ingigantiti o falsificati per costruire miti e leggende. Ma come ha scritto Erri De Luca raccontando di migranti la verità è ben oltre certi stereotipi: «Faremo i servi, i figli che non fate, nostre vite saranno i vostri romanzi d’avventura». Ciò che Mohamed ha vissuto è reale ed è ben scritto nei suoi occhi, sulla pelle, nel suo modo di inquadrare nel mirino.

Mohamed Keita durante un’uscita con i ragazzi della scuola di fotografia Kené che ha fondato a Bamako

All’età di quattordici anni è stato costretto ad andare via dalla sua terra durante la guerra civile in cui ha perso alcuni dei suoi affetti più cari ed ha impiegato anni per arrivare a Roma dove per diverso tempo ha vissuto per strada nei pressi della stazione Termini. Poi grazie ad un’associazione che si occupava di programmi di sostegno si è avvicinato alla fotografia e lentamente le cose hanno preso una nuova forma. Riportare in breve ciò che ha vissuto può essere limitante e ce ne scusiamo, ma ci auguriamo che questo scritto possa essere solo il primo di una serie di approfondimenti per offrire a lui, e a noi, un’occasione di incontro in cui ci piacerebbe anche capire cosa abbia spinto un giovane a fondare addirittura una scuola di fotografia proprio nella terra da cui è fuggito. Ma il coraggioso viaggiatore non si ferma e ad ogni domanda risponde alzando la posta. Ci dice che molte volte preferirebbe che le persone si rapportassero a lui senza mettergli sempre addosso quell’etichetta del migrante che ha vissuto esperienze drammatiche.

Una mattina estiva nei pressi del Quirinale

Nel tempo ha trovato nella fotografia la sua espressione mischiando diverse tecniche, dalla pellicola al digitale. Ma ciò che salta agli occhi nelle sue immagini è questa luce africana che riesce a portare anche in un luogo come Roma, riscaldandone le ombre in modo personalissimo al pari di un pittore impressionista. Guardando le sue immagini sembra talvolta esserci un’influenza neorealista, con un misto di grottesca ironia nei confronti di certi personaggi fotografati che rimandano alla Mayer o a Diane Arbus. Ma Mohamed non sembra voler giudicare e dai suoi scatti emerge una voglia di scoprire silenziosamente una nuova realtà, quella di Roma che come lui stesso ci dice lo ha accolto. Nel guardare “il nuovo mondo” non smette mai di raccontare se stesso e di pensarsi in cammino. Viene voglia di fargli mille domande e nonostante la sua giovane età si ha la sensazione di essere davanti ad un vecchio saggio le cui risposte aperte fanno capire che ciò che avevamo chiesto per sapere i suoi segreti non era altro che una chiave per scoprire noi stessi.

Il libro Roma 10/20 si apre con un’immagine notturna per poi proseguire in un lungo girovagare a piedi per la città eterna. La luce di un flash illumina una busta di plastica con dentro forse qualche vestito, sopra a questa una cartella nera, sotto a tutto per isolarsi dal pavimento freddo un giaciglio di fortuna fatto con del cartone. Possiamo immaginare il nostro fotografo poco prima di riposarsi, che stesse invece per mettersi in cammino o ancora che avesse semplicemente iniziato a sperimentare attraverso l’occhio ciclopico della sua nuova compagna di viaggio. In ogni caso questa fotografia ci arriva come uno specchio d’acqua limpida, mettendoci davanti in un istante alla storia di Mohamed e forse anche alla nostra. In un tempo in cui siamo arrivati a fotografare bramosamente ogni cosa che ci succede per mostrarla senza pudore su un social network con l’ansia di essere visti dal maggior numero di persone possibile la generosità di Mohamed è un balsamo prezioso che ci fa chiedere: Ed io cosa fotograferei se dovessi mostrare “tutto ciò che possiedo” in questo momento?

È possibile sostenere il crowdfunding sulla piattaforma Kickstarter fino al 31 marzo 2021.

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