Gli avvenimenti del 18 marzo 2021 a Bergamo mi hanno riportato alla memoria la battaglia di Roncisvalle. Non il mito, quello della Chanson de Roland, dell’Orlando Furioso dell’Ariosto, ma la storia. La battaglia di Roncisvalle (778 d.C.), sebbene ricordata come una delle più celebri battaglie condotte da Carlo Magno, re dei Franchi, fece parte di quelle operazioni militari con cui costui cercò di ampliare il suo impero. Ma a differenza di quanto si è soliti pensare, influenzati sicuramente dai miti, non furono in realtà i mori-saraceni, quegli “infedeli musulmani”, a sbaragliare la retroguardia dell’esercito franco, bensì fu un gruppo di montanari baschi appartenenti alla tribù dei vascones, per vendicare i saccheggi perpetrati dalle truppe carolinge in territorio navarrese. Ecco, io mi sentivo (e mi sento orgogliosa peraltro di esserlo) appartenente a quella tribù ed ai principi che quella tribù rappresentava, l’anima della propria Terra, il radicamento, il sentimento, l’appartenenza alle radici di una famiglia e di una comunità, della propria origine, dell’essere umano che umano deve restare nella propria umanità.

Con orgoglio perché noi, legali e familiari delle vittime, abbiamo dimostrato che la forza di volontà e l’onestà delle idee a difesa dei propri principi riescono ad avere ragione sulle stuole di cavalieri che, armati delle armature più ingegnose ed all’avanguardia, combattono per ridurre nel silenzio chi invece vuole rivendicare le proprie ragioni, diverse forse e forse in contrasto con quelle dei “re” abbarbicati ancora nei castelli delle loro blindate auto blu.
Il 18 marzo a Bergamo è successa davvero una “cosa” inaspettata per i cavalieri carolongi, perché eravamo in cerchio, noi familiari e legali delle vittime, a celebrare nel silenzio e nella compostezza la memoria dei nostri cari e di tutte le vittime in onore delle quali è stata istituita la Giornata del 18 marzo. Seppure non serva una giornata per celebrare persone e fatti. Sembra scontato ma forse non lo è.

Quello che è successo il 18 marzo a Bergamo ha diviso, non unito, la collettività ed è stato evidente a tutti: da una parte le istituzioni, invitate al Cimitero Monumentale ed al parco della Trucca a Bergamo, hanno sfilato sulle solite passerelle “proibite” alla partecipazione dei familiari; dall’altra gli stessi familiari delle vittime si sono raccolti in un cerchio naturale, nel silenzio rispettoso della memoria e del dolore…. e della delusione. Delusione nel vedere trasformata, ancora una volta, la loro richiesta di sentirsi ascoltati in un ronzio fastidioso da mettere a tacere proprio da parte di chi, per la verità, qualcuno di loro rappresenta. Delusione ed amarezza nel vedere sfrecciare davanti ai loro occhi ed ad alta velocità proprio chi, in realtà, dichiara che lo Stato c’è e ci sarà, come a volere fuggire il più in fretta possibile da chi ha proposto domande legittime e pretende altrettanto legittime risposte, da quelle istituzioni.
Delusione ed amarezza nel vedere presenti in luoghi, che molti dei familiari delle vittime sentono sacri, quelle stesse istituzioni che loro medesimi ritengono co-responsabili di una strage così immane, quasi venisse considerata una profanazione della memoria delle vittime, dei loro cari.

Ma quel cerchio e la presenza di tanti, tutti per la verità, gli organi di stampa, che ai familiari così provati hanno dato voce pubblica, profonda e rispettosa, hanno trasformato quel cerchio in un momento di condivisione profonda del sentire di ciascuno, di supporto, di sostegno psicologico ed emotivo per tutti, per chi era presente e per chi lo era solo con il pensiero e la condivisione emotiva telepatica. Quel sostegno e quella empatia che le istituzioni continuano a far mancare ai propri cittadini. Ed il valore e la forza delle persone ieri presenti in quel cerchio sono riuscite a dare vita palpabile alle immagini delle tristi colonne dei camion militari, come se ieri quei militari fossero li, davanti a noi, a condurre quegli stessi camion lentamente, davanti a quei familiari, che i feretri dei propri cari non hanno potuto mai vedere, per dare la possibilità di rendere l’ultimo saluto. E piangere. Uno spaccato: la velocità e la lentezza. Uno specchio, quello spaccato. Ma un “vento gelido del Nord” che in modo semplice e naturale, quale il vento è, ha sferzato cerimoniali e passerelle e protocolli, a dare prova a tutti che i valori e la forza della tribù dei vascones sono più che mai vive, ora. Nel qui ed ora del nostro triste tempo. Insieme a più di centomila persone, che in quel cerchio erano tornate ad essere vive intrecciando le loro mani con le nostre.

E adesso noi legali delle vittime e di circa 500 dei loro familiari attendiamo che il prof. Draghi voglia concretamente incontrarci, come hanno comunicato fonti interne alla sua segreteria.

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L’autrice: L’avvocata Consuelo Locati è il legale dei familiari di vittime del Covid-19 di Bergamo

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