Ha scelto la settimana del Newroz il presidente turco Erdog˘an per lanciare, indirettamente, l’ultimo attacco – il più pericoloso – al Partito democratico dei popoli, l’Hdp, formazione di sinistra pro-curda, che raccoglie sotto il suo ombrello movimenti di base curdi e turchi, aleviti e armeni, Lgbtqi+, ambientalisti, socialisti. Un partito plurale, capace di portare in Parlamento le voci delle comunità marginalizzate dall’uniformità agognata della turchizzazione di Stato.

Il 17 marzo è stata la giornata clou: prima Ömer Faruk Gergerlioğlu, deputato Hdp, è stato privato del suo status di parlamentare, il 14esimo negli ultimi anni a perdere lo scranno dopo un voto dell’aula. Poche ore dopo le agenzie hanno battuto la notizia attesa e temuta: il capo procuratore della Corte d’appello della Cassazione ha depositato alla Corte costituzionale un atto di accusa contro il partito chiedendone la messa al bando per aver attentato «all’indivisibile integrità dello Stato turco con la sua nazione», di concerto con il Pkk. Non è piovuta dal cielo, sono mesi che l’Mhp, il partito ultranazionalista al governo insieme all’Akp di Erdogan, ne chiede la chiusura, una campagna martellante sui social e suoi giornali contro la terza forza parlamentare del Paese.

Come ricordano i due co-portavoce agli Affari esteri dell’Hdp, Feleknas Uca e Hişyar Özsoy, «in Turchia la chiusura dei partiti politici, specialmente i partiti filo-curdi, non è un’eccezione storica. Finora la Corte costituzionale ha vietato sei partiti filo-curdi». Il primo, l’Hep nato nel 1990, è stato messo al bando nel 1993. Da lì l’operazione di cancellazione è proseguita. Fino all’Hdp, erede della tradizione precedente ma capace di allargarsi ad altri settori della società, diventando un riferimento politico oltre i confini del sud-est a maggioranza curda.

«Dalla fondazione della Repubblica turca i partiti pro-curdi si sono dovuti concentrare sulla…


L’articolo prosegue su Left del 26 marzo – 1 aprile 2021

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