Ne La fattoria degli animali (1945) George Orwell scrisse una delle frasi più abrasive della letteratura del Novecento: «Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri». Non gli fu perdonata questa critica allo stalinismo in un momento in cui la Gran Bretagna con la Russia erano alleate contro la Germania. Curiosamente fu il poeta conservatore T. S. Eliot, per conto della casa editrice londinese Faber & Faber, a comunicargli il rifiuto di pubblicazione con una lettera del 13 luglio 1944.
Con l’altro suo celeberrimo romanzo Millenovecentottantaquattro (1947, edito nel 1949) inventò la figura del Grande Fratello, diventando il più fiero critico di quello che oggi chiameremmo il capitalismo della sorveglianza.

In entrambi i casi però, a ben vedere, non si tratta di distopie, di utopie negative come spesso si è detto; certo quelle che Orwell esprime non sono visioni ottimistiche, ma spronano a costruire un diverso futuro dell’essere umano e della società.
Ma c’è anche un altro fatto che ci colpisce tornando a sfogliare Millenovecentottantaquattro e che non appare di primo acchito. Indirettamente Orwell (pseudonimo di Eric Arthur Blair) scegliendo quel titolo, sembra voler alludere anche alla difficoltà e al contempo alla forte esigenza di nuovo rapporto fra uomo e donna. Eileen O’Shaughnessy scomparsa prematuramente nel 1945 e sua compagna di vita e nella lotta al franchismo in Spagna, nel 1934, un anno prima di incontrare Orwell, aveva scritto una poesia dal titolo “The End of the Century 1984”.
Una recente biografia di Sylvia Topp, Eileen. The Making of Orwell (Unbound, 2020) ci dice qualcosa di più di quella donna misteriosa (dalle lunghe gambe e «dal viso di gatta»), lettrice di inglese all’università e psico pedagogista, sostenne Orwell nei suoi progetti di scrittura, accettando la sua idea un po’ folle di vivere in campagna, senza luce e senza soluzioni igieniche adeguate; condizioni certo non ideali per lo stesso Orwell che aveva una salute precaria.
Fra loro si sviluppò un rapporto aperto, creativo sul piano artistico, ma anche inquieto e burrascoso, del tutto insolito per i tempi.
Insieme, per iniziativa dello scrittore, decisero di adottare un bambino, Richard Horatio Blair, oggi riservato ingegnere che solo una decina di anni fa è uscito dal silenzio per raccontare di un Orwell padre attento, premuroso, che si prese personalmente cura di lui. Raccontiamo questo lato più intimo e personale dell’enigmatico autore di Millenovecentottantaquattro, perché ce ne restituisce un po’ il…


L’articolo prosegue su Left del 2-8 aprile 2021

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