Ancora non bastano? Il 4 aprile compie 73 anni il presidente kurdo Abdullah (Apo) Ocalan. È detenuto nel carcere di massima sicurezza dell’isola turca di Imrali da quando ne aveva 51 , da solo, con scarsa possibilità di leggere, poca di scrivere, e ostacoli in continuazione per incontrare avvocati, parenti, medici. Alcune settimane fa erano girate voci circa un presunto peggioramento delle condizioni di salute, non era la prima volta che capitava e, al di là delle smentite, ad ogni anno che passa, il timore diventa più duro da affrontare.

Ma non solo per il popolo kurdo, per le tante e i tanti che con la loro lotta è solidale, che dagli scritti di Ocalan, da quanto messo in pratica, quotidianamente, soprattutto dalle donne, raccoglie un messaggio di pace e di libertà. Bisogna ricordare, ai governi italiani che hanno tradito un richiedente asilo, che, come riconosciuto ormai in ambito internazionale, Abdullah Ocalan è un rifugiato politico in Italia che non ha potuto veder rispettati i propri diritti dopo quanto accaduto nel febbraio 1999. Allora, nel complicato scenario geopolitico, il governo D’Alema scelse di far estradare in Kenya il richiedente asilo che, all’aeroporto, venne prelevato da agenti turchi e portato in carcere prima con una condanna a morte, sospesa, poi con l’attuale assurda condizione di detenzione.

Il Consiglio d’Europa appare incapace di seguire le raccomandazioni fatte dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (Cpt). Il Consiglio dei ministri sta fallendo nell’imporre l’esecuzione delle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani, e le Nazioni Unite guardano solamente a come la Turchia calpesta ripetutamente tutti gli accordi e convenzioni internazionali. Chi si oppone chiede per ora unicamente che il loro trattamento speciale nell’isola di Imrali, sui diritti finisca.

Tutti coloro che sono coinvolti nel mantenere il totale isolamento nel carcere dell’isola di Imrali stanno agendo illegalmente e sono coinvolti nella violazione dei diritti umani. Questo lo chiede, inascoltata, la stessa Ue che ha donato 6 mld di euro al sultano Erdogan, in cambio dell’opportunità di fermare l’afflusso nel continente di richiedenti asilo siriani, anche lì ignorando qualsiasi forma di rispetto dei diritti e, di conseguenza, non intromettendosi negli “affari interni” turchi.

Le richieste kurde sono altre ed è a quelle che va prestata attenzione. Non solo i kurdi ma anche la sinistra turca, sottoposta a dura repressione, partono dalla richiesta della libertà per Ocalan, unico atto politico che potrebbe favorire un percorso di pace e di riconciliazione, per approdare ad altro. La situazione in quell’area del pianeta è in fibrillazione, sta sfuggendo al controllo e la comunità internazionale deve agire subito e chiedere la fine di ogni violenza e di spargimento di sangue.

Le forze della resistenza kurda lamentano il fatto che, nonostante l’impegno contro l’Isis, nel nord est della Siria e nonostante i loro ripetuti appelli per una soluzione pacifica del conflitto, il mondo è rimasto a guardare. La Turchia ha praticato una “pulizia etnica”. Fra il 2013 e il 2015 a dire il vero un processo di pace era iniziato ma è stato interrotto bruscamente dal presidente turco Erdogan e sono ripartite le violenze. È partita una campagna “Freedom for Ocalan” con cui si invita i politici, la società civile e tutta la comunità internazionale, ad agire ora prima che sia troppo tardi.

Le organizzazioni kurde, rappresentate in Italia dall’Uiki (Ufficio Informazioni Kurdistan in Italia) chiedono oltre alla fine dell’isolamento e alla liberazione di Ocalan, la fine delle persecuzioni e il rilascio di tutti i detenuti politici in Turchia, la cessazione delle operazioni militari nel nord est della Siria e in Iraq, un nuovo processo di pace col pieno coinvolgimento della comunità internazionale. In questo quadro il ruolo i Ocalan è semplicemente fondamentale.

Il “Mandela del Medio Oriente”, nei 22 anni trascorsi in carcere, ha elaborato un progetto e un percorso i cui valori fondanti sono nella laicità, nella parità di genere, in nuove forme di socialismo e del rifiuto di ogni forma di nazionalismo. Se nel regime di Erdogan, invece di prevalere la paura o il bisogno di vendetta su cui costruire consenso verso un presunto “nemico interno”, ci si rendesse conto che dalla vita e dalla libertà di Ocalan dipende gran parte della possibilità di portare pace nell’area le cose potrebbero cambiare realmente.

Non sono questi i segnali che giungono per cui, da uomini e donne europei che dalle esperienze kurde continuano ad imparare possiamo solo dire ad Abdullah Ocalan che non lasceremo le sue speranze isolate e che oltre che un compleanno in salute ci auguriamo che prossimo possa essere un compleanno di pace e libertà. Per lui, per il grande popolo che rappresenta e per chi aspira ad un mondo radicalmente diverso e migliore.

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