A cosa serve l’arte? A intrattenerci? A farci svagare? A «farci divertire» come ebbe a dire l’ex presidente Conte con una uscita infelice? È il giacimento da sfruttare (da bruciare quindi) come diceva De Michelis ai tempi della Milano da bere? È un lusso che non ci possiamo permettere in tempi di crisi? Così hanno sostenuto tutti gli esponenti politici - di centrodestra e di centrosinistra - che negli anni hanno imposto politiche neoliberiste tagliando drasticamente i finanziamenti alla cultura (Bondi, ministro del governo Berlusconi, dimezzò il budget del ministero dei Beni culturali che non è più stato adeguatamente reintegrato). A cosa servono i musei? Sono «macchine per far soldi», come disse Renzi? Noi invece la pensiamo come i costituenti che del diritto alla conoscenza, del valore immateriale dell’arte e della ricerca fecero il perno della nostra Costituzione. Tante volte ci siamo ritrovati a ricordare l’impegno di storici dell’arte, soprintendenti, partigiani che sotto il fascismo e in tempo di guerra rischiavano la vita per salvare opere d’arte. Erano dei folli? O piuttosto comprendevano il valore essenziale dell’arte e della cultura per ricostruire il Paese, per tessere la memoria collettiva, per immaginare e progettare un futuro diverso, più giusto e più umano? (Domanda pleonastica evidentemente).

Addolora molto notare che dopo oltre un anno dall’inizio della pandemia l’articolo 9 sia disapplicato e la Carta tradita. Avevamo pensato ingenuamente un anno fa, quando le persone facevano musica sui terrazzi e riscoprivano l’arte come linfa vitale per resistere alla pandemia, che quella ritrovata consapevolezza diventasse patrimonio comune anche della classe politica ma non è stato così.

Da quel 9 marzo 2020, quando l’Italia entrava in lockdown e i musei, i cinema, le mostre, i teatri, i concerti, le librerie, gli spazi culturali chiudevano i battenti poco è cambiato nella considerazione che il governo italiano ha per l’arte e della cultura. Le luci sono state spente e basta. Alle chiusure delle sale da concerto, dei teatri, dei cinema non è seguita una riflessione su come offrire alternative, non è stato impiegato questo tempo per costruire un sistema di sostegno agli artisti.

Non si è trovato un modo di valutare la “produzione” artistica che non sia basato sullo sbigliettamento, sulla logica consumistica dell’evento, su un modello impattante di turismo che espelle i cittadini dai centri storici, ostracizza i poveri in nome di una astratta idea di decoro e non offre ai turisti (visti e trattati come polli da spennare) la possibilità di fare una esperienza di conoscenza. Intervistato dall’Associazione stampa estera il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, ha detto che «per i musei non aspettiamo la ripartenza vera prima dell’anno prossimo. Dal 2022 ci aspettiamo il ritorno della grande richiesta che c’era prima della pandemia».

Come dire, nulla è successo, nulla è stato pensato, l’auspicio è il ritorno al modello precedente la pandemia, a quel modello distruttivo dell’ambiente, consumistico e socialmente discriminante che, come oggi sappiamo, è stato una delle cause scatenanti della attuale crisi sanitaria. Intanto però centinaia di migliaia di lavoratori del mondo dello spettacolo e dei beni culturali in Italia sono rimasti senza sostentamento e come prospettiva hanno solo quella di tornare a un sistema che li sfruttava come lavoratori precari, intermittenti, senza tutele.

Il governo Draghi come il governo Conte ha permesso che le chiese rimanessero aperte nonostante i gravi rischi per i fedeli perlopiù anziani, ma non hanno pensato a come riaprire in sicurezza cinema, teatri, musei e farne luoghi di cultura essenziali anche per la coesione sociale e per la tenuta psicologica delle persone, ben più degli oppressivi luoghi di indottrinamento e rassegnazione.

Mentre infuria la protesta di ristoratori e, su pressione della Lega e di CasaPound, Palazzo Chigi pensa a come riaprire gli esercizi commerciali, poco o nulla di concreto e praticabile è stato proposto (al di là di poco economicamente sostenibili proposte di biglietto e tampone all inclusive) per il variegato mondo della cultura e dello spettacolo in Italia. Non accade lo stesso in Francia e Germania come leggerete su questo numero. Un numero di Left in cui, soprattutto, abbiamo voluto dare voce agli artisti e alle loro proposte. Chiedono un pieno riconoscimento della propria identità di lavoratori, chiedono che gli siano riconosciuti diritti fin qui negati e hanno grandi idee e visioni innovative per immaginare e costruire un futuro più bello e più umano.

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L'editoriale è tratto da Left del 16-22 aprile 2021
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A cosa serve l’arte? A intrattenerci? A farci svagare? A «farci divertire» come ebbe a dire l’ex presidente Conte con una uscita infelice? È il giacimento da sfruttare (da bruciare quindi) come diceva De Michelis ai tempi della Milano da bere? È un lusso che non ci possiamo permettere in tempi di crisi? Così hanno sostenuto tutti gli esponenti politici – di centrodestra e di centrosinistra – che negli anni hanno imposto politiche neoliberiste tagliando drasticamente i finanziamenti alla cultura (Bondi, ministro del governo Berlusconi, dimezzò il budget del ministero dei Beni culturali che non è più stato adeguatamente reintegrato).

A cosa servono i musei? Sono «macchine per far soldi», come disse Renzi? Noi invece la pensiamo come i costituenti che del diritto alla conoscenza, del valore immateriale dell’arte e della ricerca fecero il perno della nostra Costituzione. Tante volte ci siamo ritrovati a ricordare l’impegno di storici dell’arte, soprintendenti, partigiani che sotto il fascismo e in tempo di guerra rischiavano la vita per salvare opere d’arte. Erano dei folli? O piuttosto comprendevano il valore essenziale dell’arte e della cultura per ricostruire il Paese, per tessere la memoria collettiva, per immaginare e progettare un futuro diverso, più giusto e più umano? (Domanda pleonastica evidentemente).

Addolora molto notare che dopo oltre un anno dall’inizio della pandemia l’articolo 9 sia disapplicato e la Carta tradita. Avevamo pensato ingenuamente un anno fa, quando le persone facevano musica sui terrazzi e riscoprivano l’arte come linfa vitale per resistere alla pandemia, che quella ritrovata consapevolezza diventasse patrimonio comune anche della classe politica ma non è stato così.

Da quel 9 marzo 2020, quando l’Italia entrava in lockdown e i musei, i cinema, le mostre, i teatri, i concerti, le librerie, gli spazi culturali chiudevano i battenti poco è cambiato nella considerazione che il governo italiano ha per l’arte e della cultura. Le luci sono state spente e basta. Alle chiusure delle sale da concerto, dei teatri, dei cinema non è seguita una riflessione su come offrire alternative, non è stato impiegato questo tempo per costruire un sistema di sostegno agli artisti.

Non si è trovato un modo di valutare la “produzione” artistica che non sia basato sullo sbigliettamento, sulla logica consumistica dell’evento, su un modello impattante di turismo che espelle i cittadini dai centri storici, ostracizza i poveri in nome di una astratta idea di decoro e non offre ai turisti (visti e trattati come polli da spennare) la possibilità di fare una esperienza di conoscenza. Intervistato dall’Associazione stampa estera il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, ha detto che «per i musei non aspettiamo la ripartenza vera prima dell’anno prossimo. Dal 2022 ci aspettiamo il ritorno della grande richiesta che c’era prima della pandemia».

Come dire, nulla è successo, nulla è stato pensato, l’auspicio è il ritorno al modello precedente la pandemia, a quel modello distruttivo dell’ambiente, consumistico e socialmente discriminante che, come oggi sappiamo, è stato una delle cause scatenanti della attuale crisi sanitaria. Intanto però centinaia di migliaia di lavoratori del mondo dello spettacolo e dei beni culturali in Italia sono rimasti senza sostentamento e come prospettiva hanno solo quella di tornare a un sistema che li sfruttava come lavoratori precari, intermittenti, senza tutele.

Il governo Draghi come il governo Conte ha permesso che le chiese rimanessero aperte nonostante i gravi rischi per i fedeli perlopiù anziani, ma non hanno pensato a come riaprire in sicurezza cinema, teatri, musei e farne luoghi di cultura essenziali anche per la coesione sociale e per la tenuta psicologica delle persone, ben più degli oppressivi luoghi di indottrinamento e rassegnazione.

Mentre infuria la protesta di ristoratori e, su pressione della Lega e di CasaPound, Palazzo Chigi pensa a come riaprire gli esercizi commerciali, poco o nulla di concreto e praticabile è stato proposto (al di là di poco economicamente sostenibili proposte di biglietto e tampone all inclusive) per il variegato mondo della cultura e dello spettacolo in Italia. Non accade lo stesso in Francia e Germania come leggerete su questo numero. Un numero di Left in cui, soprattutto, abbiamo voluto dare voce agli artisti e alle loro proposte. Chiedono un pieno riconoscimento della propria identità di lavoratori, chiedono che gli siano riconosciuti diritti fin qui negati e hanno grandi idee e visioni innovative per immaginare e costruire un futuro più bello e più umano.


L’editoriale è tratto da Left del 16-22 aprile 2021

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SOMMARIO

Direttore responsabile di Left. Ho lavorato in giornali di diverso orientamento, da Liberazione a La Nazione, scrivendo di letteratura e arte. Nella redazione di Avvenimenti dal 2002 e dal 2006 a Left occupandomi di cultura e scienza, prima come caposervizio, poi come caporedattore.