Con questo racconto inedito in Italia, lo scrittore uruguaiano Aparaín rende omaggio a Lucho. Ispirato alle novelle dei Grimm lo ha scritto per il festival Correntes d’Escritas 2021 di Póvoa dove lo scorso anno lo scrittore cileno era apparso per l’ultima volta. Sepúlveda è morto a Oviedo il 16 aprile 2020

Lettera nr. 16

Prof. Dr. Segismundo Ramiro von Klatsch
Tortitas, Patagonia

Egregio e ammirato professore: devo confessarle con rammarico che ultimamente sono stato un po’ seccato con Lei per non avermi invitato a condividere il suo spericolato viaggio a Baghdad.
Questa scomoda situazione sarebbe stata evitata se avesse convinto il suo amico Luis Sepúlveda a non andare in Iraq per presentare il suo libro Storia di una balena bianca, recentemente tradotto in arabo mesopotamico. È insolito che, prima di accettare l’invito a presentare l’opera nel principale seminterrato culturale di Baghdad, non lo avessero avvertito che i lettori di quella nazione non hanno mai visto una balena bianca, nemmeno in una delle stravaganti fotografie che Daniel Mordzinski pubblica spesso negli opuscoli su Animal Planet. Solo alcuni scienziati di quel mondo arido si vantano di aver trovato nella valle del Caucaso i resti ossei di un cetaceus rex, una balena del tardo Pleistocene, forse trascinata dal Mar Baltico da qualche mammut appesantito dall’irritante solitudine del tempo.
Per aggiungere la beffa al danno, egregio maestro, la presentazione del libro è stato un completo fallimento. Mi dica chi, con un po’ di buon senso, non avrebbe potuto sospettare che Ali Hussain Shaabaan e Jihad Ahmad Diyab, gli intellettuali siriani che hanno accompagnato l’autore cileno nella presentazione del libro, fossero sotto stretta sorveglianza dei servizi segreti yankee-iracheni, agli ordini dell’ossessivo colonnello Mohamed el-Zalame, pronto a rapirli di sorpresa. E come previsto, così è successo. Un commando d’élite iracheno entrò, scalciando spietatamente a destra e sinistra i cuscini fioriti del seminterrato pieni di avidi lettori, e tutto senza dire una parola, nemmeno quelle che sono riservate ai detenuti neri di Birmingham. Dopo aver urlato «lasciate i libri e mettete le mani dietro il collo dove possiamo vederle!» li incappucciarono tutti e tre – Shaabaan, Diyab e Sepúlveda – e li caricarono a spintoni su un furgone blindato con destinazione aeroporto di Baghdad. E senza poter cenare, farsi un bagno e radersi li imbarcarono su un Hercules 130 che li ha portati direttamente alla prigione di Guantanamo, nella lontana isola di Cuba.
Nella lettera n. 17, che mi ha portato il postino Miguel Strogonof dalla Patagonia, Lei caro professore, trascrive la conversazione premonitrice che ha avuto con Don Luis al Babylon Hotel di Baghdad. Appoggiati tra le macerie del bar mentre bevevano un spiritoso tè verde, il maestro gli avrebbe detto con quella voce rauca e grintosa che lo caratterizza: «Professore von Klatsch, se a causa di quei giochi del destino, mi accadesse qualcosa di imprevisto a Baghdad, provi a…

*Traduzione di Gabriela Pereyra*


Il racconto prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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