Attivista comunista a 13 anni, al fianco di una formazione guevarista in Bolivia, nella Gap di Allende e poi con i sandinisti. Prima di solcare i mari per fermare baleniere e navi militari. L’avventurosa vita di un combattente innamorato raccontata da Bruno Arpaia

È un romanzo d’amore il bel libro che Bruno Arpaia ha dedicato a Luis Sepúlveda, sodale di scrittura e di vita. I due scrittori si erano conosciuti molti anni fa alla Semana negra, il tellurico e un po’ “folle” festival organizzato da Paco Ignacio Taibo II a Gijón.

Da neofita Arpaia – che allora aveva esordito da poco nella narrativa – si aggirava con un’auto ironica targhetta con su scritto Gabriel García Márquez. Fu amicizia a prima vista con lo scrittore cileno. A un anno dalla sua scomparsa avvenuta il 16 aprile 2020, ora Arpaia saluta l’amico Lucho dedicandogli un libro, Luis Sepúlveda, il ribelle, il sognatore (Guanda), un racconto bio e autobiografico trascinante, allegro, pieno di vita ma anche molto commovente.

Fra un asado in giardino in Spagna e i due piatti di pasta che Sepúlveda ordinava come primo e come secondo quando era in Italia, si dipana il dialogo appassionato fra i due su arte, impegno e letteratura di cui resta testimonianza in Raccontare, resistere (Guanda).

In questo nuovo libro Arpaia sfuma se stesso in secondo piano volendo lasciare la scena alla vita avventurosa di Sepúlveda, vissuta senza risparmiarsi, anche nell’impegno politico e nella lotta contro l’ingiustizia. Fin da giovanissimo. Trovandosi poi a combattere contro la dittatura cilena, finendo in carcere e nelle mani di torturatori.

Come successe anche alla sua giovane compagna, la poetessa Carmen Yáñez che fu sequestrata e torturata nella famigerata Villa Grimaldi a Santiago del Cile.

Fortunatamente entrambi riuscirono a sopravvivere a quella terribile pagina di storia, trovandosi però costretti a vivere da esuli, uno lontano dall’altra.

Sepúlveda sperimentò sulla propria pelle la condizione di apolide e la cancellazione dell’identità a cui il regime cileno lo aveva condannato togliendogli il passaporto. (Ma lui diceva che in fondo quello non era stato il male peggiore, avendo sempre avuto fin da bambino la sensazione di non appartenere ad un luogo o a una patria).

Nel 2020, Carmen e Luis hanno affrontato insieme la prova del Covid-19 ma questa volta Lucho, quell’omone alto e roccioso dal fiero aspetto Mapuche ma dalla salute compromessa dalla prigionia, non ce l’ha fatta.

Accadeva un anno fa e la ferita è ancora aperta.

Mancano moltissimo la sua passione civile, il suo coraggio nel denunciare (l’ultima volta che l’abbiamo incontrato a Pordenonelegge ci parlò delle responsabilità e complicità di grandi famiglie industriali italiane che hanno spogliato le popolazioni indigene dei terreni dove vivevano da secoli).

Ci manca la sua straordinaria capacità affabulatoria, la risata fragorosa, la sua generosità che lasciava il posto a subitanee chiusure verso chi tradiva la sua fiducia. E manca soprattutto la sua letteratura, ciò che avrebbe voluto e potuto scrivere ancora. Bruno Arpaia racconta che un anno fa Luis Sepúlveda stava scrivendo un romanzo sulle devastazioni della costa meridionale del Cile causate delle multinazionali dell’allevamento del salmone. Il romanzo aveva già un titolo, Agua mala, e denunciava l’operato dei “Guerrieri di Dio” e delle nuove sette evangeliche al loro servizio. In quel romanzo avremmo potuto ritrovare Juan Belmonte, il guerrigliero cileno che avevamo conosciuto in Un nome da torero e ne La fine della storia, ma anche il suo spirito critico verso la religione, che Sepúlveda, da agnostico e buon allievo di Marx, giudicava oppio dei popoli.

La cosa che possiamo fare ora per ritrovarlo, oltre a leggere Luis Sepúlveda, il ribelle, il sognatore come consigliamo qui è tornare ai suoi libri e ai suoi scritti giornalistici.

Nell’ultimo, intitolato “Oasi secca” e pubblicato sull’edizione cilena de Le monde diplomatique (di cui Sepúlveda era co-editore), ricorda Arpaia, «scendeva in campo in difesa dei giovani che manifestavano per le strade di Santiago e si scagliava contro il presidente Piñera che aveva definito il Cile un’oasi di pace e di tranquillità in un continente in agitazione. Ma ciò che il presidente definiva l’oasi cilena, replicava Luis, non era la presenza esuberante di palme e di acqua fresca, bensì una cancellata di sbarre apparentemente insuperabile che lo circondava. I cileni erano dentro l’oasi e le sbarre erano di una lega composta da economia neoliberista, assenza di diritti civili e repressione. I tre elementi del più vile dei metalli».

Libertà di pensiero, idea alta della politica, responsabilità di rimboccarsi le maniche caratterizzano tutto il percorso di Sepúlveda e trapelano dalla sua scrittura. Nel bestseller Il vecchio che leggeva i romanzi d’amore, la leggerezza di Calvino, suggerisce Arpaia, era un modo per arrivare in profondità, in maniera concisa e icastica. «Le sue pagine ti scorrevano sulla pelle senza sforzo apparente». Ma con la solida concretezza di storie radicate in esperienza di vita, come quella che lo scrittore cileno aveva trasferito in quel romanzo avendo vissuto per mesi fra gli indios shuar.

Dobbiamo a questo libro di Arpaia la ricostruzione di episodi di vita che lui non sbandierava spesso.

A ripercorrere quelle vicende rocambolesche sembra incredibile che Sepúlveda sia riuscito anche a dedicarsi alle sue passioni (fra queste, fin da bambino, la lettura) e al contempo a fare letteratura.

Quando andava al liceo e dirigeva il giornale della scuola cominciò a far politica. E fin qui tutto normale. Ma già a 13 anni aveva chiesto di iscriversi al partito comunista, con grande scorno del nonno anarchico, diventando ben presto segretario della sezione Antonio Gramsci della gioventù comunista. Nel 1967 quando viene ucciso il Che in Bolivia entrò in rotta di collisione con il partito comunista che stigmatizzava la rivoluzione cubana come una rivolta guidata da una cricca piccolo borghese!

Nel frattempo vinse una borsa di studio in Unione sovietica ma ben presto lo espulsero per tradimento degli interessi del proletariato, infantilismo, deviazionismo, ecc. ecc. perché aveva una relazione con la moglie di un dirigente dell’istituto di ricerche marxiste di Mosca. Fu allora che decise di unirsi all’esercito di liberazione nazionale, una frazione guevarista legata al partito socialista. Sopravvissuto all’esperienza bolivariana, al ritorno in Cile si trovò nel bel mezzo della lunga campagna elettorale per le presidenziali del 1970. Lui e il suo gruppo non guardavano ad Allende con simpatia, in fondo lo ritenevano solo un borghese illuminato. Ma dopo essere stato eletto presidente si spostò a sinistra e Luis Sepúlveda entrò a far parte del Gap, la guardia personale che si era costruito Allende poiché non si fidava dell’esercito. Intanto cercava di completare la tesi su Pirandello e I sei personaggi in cerca di autore.

L’11 settembre del 1971 si sposa con Carmen e nasce il loro primo figlio. «L’11 settembre del 1973 la gioventù finisce di colpo con il golpe di Pinochet» chiosa Arpaia.

«Mentre la Moneda viene attaccata da terra e dal cielo, Lucho è di guardia a un impianto di acqua potabile a Vizcachas». Tenta di unirsi ad altri compagni per difendere alcune fabbriche, ma il 5 ottobre viene catturato e rinchiuso in una cella loculo «dove deve rimanere disteso fra una sessione di tortura e l’altra». Grazie all’intervento di Amnesty international la pena poi venne commutata in esilio. Il 17 luglio del 1977, ha raccontato Luis Sepúlveda a Pino Cacucci, lo portarono all’aeroporto di Santiago. Aveva il visto per la Svezia. Allo scalo di Buenos Aires riuscì a fuggire dal prete che lo ha in consegna. Per approdare poi in Ecuador e andare a combattere in Nicaragua con i sandinisti.

Anche lì si ribellò, denunciando la militarizzazione della società messa in atto dai sandinisti. Così finì in prigione. Salvato per il rotto della cuffia da un comandante sandinista suo amico, si ritroverà spedito ad Amburgo dove poi ha vissuto per 13 anni con Margarita Seven, facendo il giornalista per Die Spiegel che lo inviò in Mozambico.

Qualche anno dopo lo ritroviamo a solcare i mari come attivista di Greenpeace. Per quattro anni ha attraversato praticamente tutti i mari. Nell’estremo Sud, tra la Patagonia e la terra del fuoco contrastavano le baleniere, mentre nei mari del nord sbarravano il passo alle navi militari che trasportavano armi militari e scorie radioattive. «Era un lavoro da formichine», ha raccontato ne Il mondo alla fine del mondo.

La letteratura ha il potere di cambiare le menti più di ogni altra cosa? Ebbi l’ingenuità di chiedergli negli 2016. «Che la letteratura di per sé contribuisca a cambiare la realtà è un mito», fu la sua secca risposta. «Spetta ai cittadini e alle cittadine, solo loro possono e devono cambiare le cose. La letteratura può aiutare, forse, ma non possiamo dimenticare che uno scrittore è prima di tutto un cittadino e poi uno scrittore».

Cosa significa per lei essere uno scrittore latinoamericano oggi? Insistetti: «Significa essere un cittadino resistente agli abusi del potere. Per lo meno così la intendo io, ma non sono certo che la maggioranza la pensi allo stesso modo».

(nella foto Bruno Arpaia, il secondo da destra, con Sepulveda, Vàzquez Montalbàn, Ignacio Taibo e Fajardo)


L’articolo prosegue su Left del 16-22 aprile 2021

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