Antifascismo quotidiano è il titolo di un bel libro curato dal partigiano Carlo Smuraglia e uscito per le edizioni Bordeaux.

Di quel libro sulle pagine di Left si è già è occupato Filippo La Porta, ma vogliamo tornare a suggerirne la lettura perché tratta di strumenti istituzionali per il contrasto a neofascismi e razzismi e perché reclama un urgente salto di paradigma culturale, per sradicare una volta per tutte stereotipi violenti, pregiudizi e rimasugli di una mentalità fascista che avvelenano ancora una parte dell’opinione pubblica, della politica, della stampa.

Il video di Beppe Grillo che si è scagliato contro la ragazza che ha denunciato per stupro suo figlio e altri suoi amici ne è una agghiacciante rappresentazione plastica. Come un pater familias appare imbufalito perché la ragazza ha osato ribellarsi al potere maschile. È stata solo una «notte brava», una goliardata, ha detto il comico e fondatore del M5s.

Ciò che ha subito la ragazza e il suo dolore non esistono. Poi ha provato a mettere in dubbio le sue parole, insinuando che avrebbe mentito dal momento che ha sporto denuncia 8 giorni dopo. La legge, come è noto, prevede un anno di tempo. E forse è anche troppo poco, perché gli psichiatri dicono che le persone che hanno subito un trauma spesso non riescono a parlarne anche per molti anni. Maschilismo violento, misoginia, azione squadrista, di branco, prendendo la vittima per i capelli dopo averla fatta bere.

Quante volte abbiamo sentito una storia del genere? Se non è fascismo criminale tutto questo cos’è?

Non stiamo giudicando. Chiunque è innocente fino a sentenza definitiva e qui non c’è ancora nemmeno un processo. Stiamo dicendo che chiunque derubrichi una possibile violenza a divertimento estivo di quattro coglioni esprime un pensiero violentissimo, che legittima e sdogana la violenza agita. Se poi si tratta di un politico e personaggio pubblico molto popolare e con una grande possibilità di accesso ai media il danno culturale è enorme.

E quel che colpisce è anche che blasonati giornalisti si accodino. Lo ha fatto per esempio l’ateo devoto Giuliano Ferrara discettando sulle presunte differenze fra la «denuncia immediata delle ragazze ubriachelle di Firenze contro due carabinieri» e il «risveglio tardivo e strano di pulsioni d’accusa in un dopodiscoteca», per poi dire che con la «copertura dell’anonimato e delle garanzie a senso unico per le vittime si riparano forse torti storici ma con una vendetta sociale». Sic.

Che differenza c’è con i discorsi che ha fatto Erdoğan per giustificare l’uscita della Turchia dalla convenzione di Istanbul? L’autocrate che tiene in prigione il politico di origine curda Demirtas e tiene il leader curdo Ocalan (che ha scritto di liberazione delle donne) su un’isola remota e in regime carcerario di assoluto isolamento, è lo stesso che si erge a difesa della famiglia religiosa e patriarcale e rende impunita la violenza domestica sulle donne.

Lui, come al-Sisi che tiene in carcere da un anno lo studente Patrick Zaki (a cui dedichiamo la copertina tornando a chiederne l’immediata liberazione), e come il principe Bin Salman che gli Usa accusano di essere il mandante del feroce omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, sono i “dittatori utili” con cui l’Europa e l’Italia inaccettabilmente continuano a fare affari, vendendo armi, chiudendo tutti e due gli occhi sulla violazione dei diritti umani.

La stampa, come è noto, si è detta inorridita di fronte allo sgarbo subito dalla presidente del Parlamento europeo Ursula von der Leyen perché Erdoğan non le ha offerto una sedia, come invece ha fatto con il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Ma non è insorta altrettanto contro l’europeissimo Michel che non si è alzato per offrirgli la sua.

Moltissimo c’è da fare anche in Occidente non solo contro la violenza agita che dall’hate speech arriva fino allo stupro e al femminicidio.

Moltissimo c’è da fare contro la violenza psicologica e “invisibile” che denigra la vittima, la colpevolizza, la nega, l’annulla derubricando lo stupro a “ragazzi che si stanno divertendo”, con buona pace di chi ne ha ricavato ferite fisiche e psichiche profonde e difficili da curare.

Moltissimo c’è da fare per conoscere in profondità questi gravissimi e persistenti fenomeni, per capirne le radici culturali e contrastare il pensiero violento che c’è dietro. Anche per questo siamo molto grati alla senatrice a vita Liliana Segre, vittima delle legge razziali e sopravvissuta al lager, per il suo straordinario impegno di testimonianza, per la sua denuncia di ogni forma di violenza.

La senatrice che la scorsa settimana ha voluto essere in Aula per votare la richiesta della cittadinanza italiana per Zaki, su Left spiega l’intento della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio che lei ha promosso e ha accettato di presiedere. Siamo onorati di darle la parola.

Nella foto, Patrick Zaki, immagine dalla pagina Facebook Patrick libero


L’editoriale è tratto da Left del 23-29 aprile 2021

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