Dieci milioni. Secondo l’associazione umanitaria Amnesty international, sarebbe questo il numero dei prigionieri di coscienza nel mondo. Uomini e donne innocenti accomunati dallo stesso destino: imprigionati per avere avuto il coraggio di esprimere pubblicamente la propria opinione. Un “crimine” che viene mal tollerato dai regimi autoritari – come l’Egitto, la Cina e la Turchia – i quali tendono a silenziare e a reprimere queste voci ricorrendo al carcere duro spesso senza passare per un regolare processo.

è questo il caso di Patrick Zaki. Il giovane attivista egiziano, studente e ricercatore presso l’Università di Bologna, che dal 7 febbraio 2020 è detenuto nel carcere di Tora, alla periferia sud del Cairo. Zaki era rientrato nel proprio Paese per far visita ai parenti ed è stato arrestato. La sua unica colpa? Avrebbe osato criticare sui social il presidente al-Sisi. Per questo motivo da oltre un anno si trova trattenuto in custodia cautelare mentre attende la sentenza di un processo le cui udienze vengono continuamente rimandate (v. art. a pag. 8, ndr). Non avendo la possibilità di vedere i suoi familiari ed essendo soggetto a frequenti soprusi delle guardie penitenziarie, le condizioni di Patrick destano ovviamente grande preoccupazione.

Ne parliamo con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia che sin da subito si è impegnata per la liberazione dello studente lanciando la campagna #FreePatrickZaki (firma qui per sostenerla).

Cosa ne pensa dell’atteggiamento delle istituzioni italiane riguardo questa vicenda. Ritiene che siano state fatte sufficienti pressioni sul governo egiziano?Noi di Amnesty vorremmo che la Farnesina si attivasse per mandare dei segnali al governo egiziano in modo da fargli capire che le cose così come stanno “non vanno bene” ma sfortunatamente l’ultimo segnale inviato dal governo italiano è stato quello di autorizzare la partenza della seconda fregata militare del nostro Paese verso l’Egitto, quindi direi che non ci siamo.

Il Senato ha approvato l’attivazione delle procedure per il riconoscimento della cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Una mossa dall’alto valore simbolico ma che potrebbe anche essere propedeutica a una richiesta di liberazione. Ma due giorni dopo Draghi ha detto che si tratta di «un’iniziativa parlamentare priva del coinvolgimento del governo».
Quella di Draghi


L’articolo prosegue su Left del 23-29 aprile 2021

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