Dai primi di gennaio ad oggi, ogni giorno, il copione si ripete. Dalle prime ore del mattino gruppi di uomini, donne e bambini di popolazione uigura si allineano con le loro bandiere dirimpetto al consolato cinese di Istanbul. Portano un cartello al collo con le foto dei loro familiari e amici scomparsi. «Fascist China! Terrorist China! Genocide China!» gridano a squarciagola in direzione del consolato. «Liberate i nostri familiari e amici innocenti» è scritto sul cartello di una ragazza. Su di un altro, la foto di un campo di concentramento nazista è accostata a un’immagine di un campo di detenzione cinese: uno di quelli dove sono scomparse centinaia di migliaia di persone di etnia uigura. Un signore sulla quarantina, Murat, si avvicina e mi mostra una foto di sua madre sul cellulare. «È uno screenshot. Per quattro anni non ho avuto sue notizie, poi mi ha chiamato, qualche mese fa. Era un poliziotto che la obbligava a farlo, per dirmi di smettere di fare ciò che sto facendo qui» mi spiega. «Per dirmi cioè di starmene zitto» prosegue.

Le persone presenti alla protesta sono solo una piccola parte dei circa 50mila Uiguri che si sono trasferiti in Turchia lasciandosi alle spalle la loro terra natale, quel Turkestan orientale che è stato per due volte brevemente indipendente prima di confluire all’interno della Repubblica popolare cinese e diventare la regione autonoma dello Xinjiang (nuova frontiera). Negli ultimi decenni Pechino ha incentivato la migrazione di giovani cinesi di etnia Han verso l’emergente città di Urumqi, oggi snodo fondamentale delle nuove vie della seta. Di conseguenza gli Uiguri sono diventati minoranza, costretti ad adeguarsi ad accettare regole sempre più rigide imposte dalla capitale, volte a cancellare la loro cultura, la loro religione e la loro identità.

Lo sviluppo infrastrutturale dello Xinjiang e l’accelerazione dello sfruttamento delle sue ricche risorse è andato di pari passo alla repressione del popolo uiguro, sotto forma di genocidio demografico. A sporadici attacchi terroristici ed episodi di rivolta di militanti uiguri sono seguite misure sempre più restrittive: controllo delle nascite, sterilizzazioni e aborti forzati, checkpoint stradali, tracciamento informatico e onnipresenza delle videocamere di sorveglianza, anche e soprattutto all’interno delle moschee. A Urumqi, come a Kashgar, si dice che “tutti i muri abbiano orecchie”. Dal 2017 il governo cinese è passato all’indottrinamento, con la creazione di campi di detenzione definiti da Pechino “di rieducazione”, un sistema che riecheggia i metodi della “rivoluzione culturale” e che i cinesi giustificano come luoghi necessari per…


Il reportage di Zolin da Istanbul prosegue su Left del 23-29 aprile 2021

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