La scorsa settimana Beppe Grillo ha diffuso un video nel quale ha preso le difese di suo figlio Ciro e di tre suoi amici indagati per violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza. Nel video in questione Grillo mette in dubbio la buona fede della ragazza che ha presentato la denuncia nell’estate del 2019, sottolineando in particolare il periodo di tempo intercorso tra i fatti e la denuncia, e cioè otto giorni. Secondo Grillo infatti «se una persona viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf e dopo otto giorni decide di fare la denuncia, è strano». Ma la verità è che lo stupro non è una forma di violenza come le altre e spesso chi lo subisce non ha il coraggio di parlarne.

A questo proposito, sui social, è diventata virale la campagna lanciata da Eva Dal Canto. Una 29enne toscana, attualmente residente a Manchester, che con l’hashtag #ilgiornodopo  ha dato voce alle persone che come lei hanno subito una violenza spiegando quanto sia difficile trovare la forza per denunciare. Le sono bastate un cartello con su scritto #ilgiornodopo sono andata a scuola e una foto pubblicata su Instagram per raccontare quello che scelse di fare il giorno successivo allo stupro. Nel giro di poco tempo, l’hashtag ha raggiunto una grande popolarità e migliaia di altre vittime hanno pensato di seguire l’esempio di Eva.

Come ti è venuta l’idea di lanciare l’hashtag #ilgiornodopo?
È stata una decisione impulsiva. Diverse mie conoscenti, anche loro vittime di violenza sessuale, mi avevano segnalato il video di Grillo. Dopodiché io ho avuto l’idea di scrivere l’hashtag, scattare la foto e postarla su Instagram.

Avevi mai fatto partire delle iniziative simili prima?
Assolutamente no. La mia professione è quella di storica dell’Età Moderna e fino a due settimane fa lavoravo come ricercatrice all’Università di Zurigo. Non mi sono mai occupata di comunicazione.

Quindi non immaginavi una reazione del genere.
No, non pensavo che avrei ottenuto una tale risposta. Oltre alla copertura mediatica ho ricevuto anche le testimonianze di molte persone che hanno subito degli abusi, delle molestie o che si sono ritrovate in relazioni tossiche. Tante vittime che hanno deciso di affidarmi le loro storie.

Me ne puoi raccontare qualcuna?
La maggior parte delle storie parlano di persone che sono state raggirate e quindi costrette ad avere rapporti contrariamente alla propria volontà, ma senza la coercizione fisica. Si tratta principalmente di ricatti del tipo «Tu mi devi dire di sì perché altrimenti faccio del male a tua madre» o cose simili. È un percorso di sopraffazione psicologica per cui il consenso, anche se poi alla fine viene dato, è comunque estorto.

Ma che cosa ha rappresentato di preciso per te “il giorno dopo”?
Per me “il giorno dopo” ha rappresentato l’inizio di un cammino di consapevolezza di ciò che mi era successo e quindi anche l’inizio di un processo di ricostruzione di me stessa a partire da quello che era rimasto. Ma non è così per tutte le vittime. Ognuna affronta le conseguenze di un abuso a modo suo e nessuna reazione dovrebbe essere mal giudicata.
Forse in questo senso i social potrebbero diventare una valvola di sfogo per le vittime di violenze sessuali. Io credo che parlarne sia fondamentale, specialmente perché tante persone si vergognano degli abusi subiti. I social potrebbero sicuramente aiutarle a esorcizzare collettivamente questo dolore, per eliminare la vergogna e farle parlare di quello che hanno passato. Perché poi in fondo è una funzione che i social hanno sempre avuto, sono sempre stati una sorta di “piazza virtuale” dove è possibile incontrarsi e dialogare.

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